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L'Orra dei demoni

Prologo


Questo è un racconto-game: il tempo di letturadipende da te.

Quando il vecchio entrò nella locanda, Terno era impegnato in una di quelle attività che stereotipano ogni oste: asciugare boccali al bancone. Sapeva quanto questo fosse un classico poiché l’aveva letto in diversi libri quando, un tempo che ormai pareva una vita prima, faceva il bibliotecario.

L’anziano percorse i pochi metri che separavano l’ingresso dal bancone reggendosi su uno spesso bastone nodoso. Doveva avere più di settant’anni, e li dimostrava tutti. Doveva anche essere in viaggio da molto, poiché i suoi abiti avevano decisamente bisogno di una rinfrescata.

Ma non era un problema, molti dei suoi clienti necessitavano di una rinfrescata, e alcuni anche qualcosa di più. Era per questo che si sforzava di mantenere il locale sempre pulito, e metteva fiori profumati su ogni tavolo.

«Hai della birra, oste?» chiese il vecchio issandosi a fatica su uno sgabello. «Ho molta sete» aggiunse poi con un tono di voce eccessivo, che inevitabilmente attirò l’attenzione degli altri avventori.

«Certo, messere, le porto un assaggio» rispose servizievole Terno, senza riuscire a celare i dubbi che si stavano accumulando nella sua mente.

«Sto tornando a casa, se proprio vuoi saperlo. Infine mi hanno congedato» disse quello, evitandogli di esplicitare la domanda. Lo fece sempre con un volume eccessivo, che incuriosì ancor di più i presenti. Pareva volesse attirare l’attenzione. O più semplicemente era molto sordo.

Che fosse intenzionale o meno, funzionò; Atino Duegrazie e Melfo Stiletto, due tra i più vivaci attaccabrighe che frequentavano il locale, si avvicinarono al bancone con piccoli passi indagatori.

Terno conosceva i loro modi un po’ bruschi di fare amicizia e cercò di giocare d’anticipo: «Congedato, alla sua età? E da cosa, se mi è lecito chiederlo.»

Il vecchio parve contento della domanda: «Dai corpi speciali.»

«Corpi speciali?» intervenne con enfasi Melfo, facendo sì che tutti recepissero l’informazione. «E che genere di milizia tiene in servizio un uomo con così tanta esperienza?» domandò marcando l’ultima parola così che suonasse a metà tra il canzonatorio e l’incredulo.

«Una milizia segreta, composta da eroi selezionati attraverso durissime prove, che svolgono nell’ombra il loro compito di protezione verso gli ignari cittadini di Eudopia.»

La risata di Atino Duegrazie scoppiò rozza e baritonale. Ma subito si spense. Era stato l’unico a non aver colto lo sguardo convinto e serio del vecchio.

«Sembra una cosa molto pericolosa messer…»

«Leovindo» rispose l’uomo prendendo la birra dalle mani dell’oste. «Potete chiamarmi Leovindo.»

«E cosa farebbe questa milizia? Perché non ne abbiamo mai sentito parlare?» tornò a incalzare Melfo che, avendo come passatempo il contrabbando, possedeva una certa esperienza in merito.

«Se ne aveste sentito parlare non sarebbe segreta.»

«Non fa una piega» commentò Terno porgendo una birra anche a Melfo e Atino.

«I Cavalieri della Sacra Croce di Abàtar, questo è il nostro… il loro nome. E difendono tutti noi dalle forze oscure che tramano nell’ombra contro la sicurezza nostra e delle nostre anime.»

Ci fu un frammento di silenzio che servì ad Atino per elaborare la domanda successiva: «Con forze oscure intendi fantasmi, vampiri, demoni e cose così?»

«Sì.»

Il silenzio stavolta durò molto più a lungo, e a interromperlo venne un brusio di risa più o meno sommesse.

«Non badi a questi balordi» intervenne Nolan, prima che l’oste facesse un qualunque sforzo per difendere la reputazione della locanda. Il giovane arciere era un ragazzo riservato e misterioso, ma incredibilmente altruista. «Fanno tanto chiasso ma poi… Si figuri che Atino tutte le sere fa un rito propiziatorio per tenere lontani gli spiriti.»

«Ho i miei buoni motivi» ribatté l’altro.

«È una pratica saggia» lo sostenne il vecchio.

Melfo Stiletto si mise a sedere al suo fianco: «Ma raccontaci di più, come sei entrato in questa milizia?»

Il vecchio si mise comodo sullo sgabello. Pareva non vedesse l’ora di iniziare il racconto.

«Sono diventato un cavaliere cinquantanni fa, ma il mio addestramento è iniziato prima. Ad Ancalya, il mio villaggio…»

«È lì che stai tornando?»

«Sì, proprio lì, ma dicevo… al mio villaggio c’era un uomo venerabile che tutti chiamavano Maestro Opanda; era molto anziano ma tutti sapevamo essere stato un grande guerriero. Io all’epoca ero solo un ragazzino che sognava di fare l’eroe. Così lui mi prese sotto la sua ala. Ero promettente, molto più di quanto immaginassi, e così, quando ebbi l’età, mi raccomandò in un’accademia che rappresentava l’anticamera per l’accettazione all’Ordine.

All’epoca ancora non lo sapevo, ma il Maestro Opanda era stato uno dei più valorosi Cavalieri che l’Ordine avesse mai conosciuto.

Io invece non ero più tanto convinto di voler fare l’eroe. L’accademia non era quello che mi aspettavo e non fosse stato per il rispetto che nutrivo verso Opanda e per qualche distrazione…»

«Donne?» incalzò Atino sedendosi dietro Melfo.

«In effetti c’era una ragazza, non era neanche male se ti piacevano quelle ben piazzate… Non ho mai conosciuto nessuno capace di roteare l’ascia sopra la testa come faceva Theresa. Insomma, qualcosa c’era stato ma io non riuscivo a togliermi la testa Larah.»

«Un’altra? Ti davi da fare, vero?»

«Larah era una ragazzina quando ho lasciato il villaggio, troppo giovane, credevo. Ne avevo di illusioni quando sono partito, ma l’accademia me le smontò tutte, una dopo l’altra. Passavo le mie giornate a studiare su stupidi libri e a spaccare legna. Tutte cose che di eroico avevano ben poco. C’era qualche momento piacevole con Theresa, lo ammetto, ma il più del tempo lo passavo a sognare il momento del ritorno, a desiderare di riabbracciare tutti i miei amici, mio fratello Teomondo, e naturalmente lei, Larah.

Insomma, non ero convinto d’aver intrapreso la strada giusta, così, quando tornai ad Ancalya avevo più dubbi che certezze. Ma ciò che mi aspettava al mio villaggio natale cambiò la mia vita. Per sempre.»

L'Orra dei demoni

Salvando Ancalya


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L'Orra dei demoni

Epilogo


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Intorno al vecchio Leovindo si erano ormai raggruppati tutti gli avventori della locanda, e anche dietro il bancone Loedina aveva raggiunto il marito per ascoltare l’incredibile storia.

«Vuoi farci credere davvero che tu e i tuoi amici avete sconfitto uno dei figli di Babuz?» Atino Duegrazie fu il primo a dare parola ai suoi pensieri, senza nascondere una buona dose di scetticismo.

«Non so di chi fosse figlio, non gliel’abbiamo chiesto. Ma di certo l'abbiamo spedito all'altro mondo!»

«E davvero tu e la tua amica sapevate fare delle magie?» rincarò la dose di dubbi Melfo.

«Questo non è così strano» intervenne subito Nolan, come se l’obiezione l’avesse riguardato direttamente. «Anch’io conosco un tizio che…»

«Ma con Larah poi cos’è successo?»

Tutti si voltarono vero Leodina. Era in effetti più che ovvio che l’unica donna presente nel locale si interessasse a quel risvolto.

«È successo quello che doveva succedere» rispose il vecchio, mostrando più riluttanza di quanta ne aveva messa nelle parole.

«Cioè? Ti ci sei messo insieme nonostante l’altra tua amica c’abbia rimesso la pelle?» incalzò a quel punto Melfo.

«Beh, sì, insomma…»

«A quel punto mi pare che non avevi altra scelta, in effetti» rincarò Atino.

«Sì, infatti… cioè, no, avevo altre scelte, ma al cuore non si comanda, no?» rispose Leovindo imbarazzato.

«E poi? Come hai fatto con l’accademia? E lei con la magia?»

«Accademia?» domandò Leovindo scivolando rapido giù dallo sgabello «Ah sì, l’accademia… poi sono andato all’accademia.»

«Ma ha parlato di cinquant’anni d’accademia! E l’ha lasciata sola per tutto questo tempo?» chiese preoccupata Leodina.

Il vecchio era ormai a pochi passi dalla porta, inseguito da due ali di occhiate interrogative.

«Oh, beh, no… siamo stati insieme, certo che siamo stati insieme. Abbiamo avuto dei figli, dei nipoti…»

«Mentre lei faceva magie e tu combattevi i vampiri?»

«Vampiri? Oh, sì, certo, ma questa è un’altra avventura, ve la racconterò un’altra volta» e prima che avessero tempo di aggiungere altro era già sparito fuori dal locale.

Ci fu uno scambio di sguardi confusi.

«Qualcuno ci ha capito qualcosa?» domandò Nolan divertito.

«Io sì» dichiarò Melfo. «Lo sapete no, che a poche miglia da qui c’è un posto dove curano quelli fuori di testa, i matti?»

Tutti mostrarono d’essere informati sui fatti.

«Ecco, forse dovremo andargli a chiedere se si sono persi un paziente» rise. Poi alzò il boccale «Un brindisi ai Cavalieri della Sacra Croce di Abàtar!»

«Agli eroi!»

Intorno al vecchio Leovindo si erano ormai raggruppati tutti gli avventori della locanda, e anche dietro il bancone Loedina aveva raggiunto il marito per ascoltare l’incredibile storia.

«Vuoi farci credere davvero che tu e i tuoi amici avete sconfitto uno dei figli di Babuz?» Atino Duegrazie fu il primo a dare parola ai suoi pensieri, senza nascondere una buona dose di scetticismo.

«Non so di chi fosse figlio, non gliel’abbiamo chiesto. Ma di certo l'abbiamo spedito all'altro mondo!»

«E davvero tu e la tua amica sapevate fare delle magie?» rincarò la dose di dubbi Melfo.

«Questo non è così strano» intervenne subito Nolan, come se l’obiezione l’avesse riguardato direttamente. «Anch’io conosco un tizio che…»

«Ma con Larah poi cos’è successo?»

Tutti si voltarono vero Leodina. Era in effetti più che ovvio che l’unica donna presente nel locale si interessasse a quel risvolto.

«È successo quello che doveva succedere» rispose il vecchio, mostrando più riluttanza di quanta ne aveva messa nelle parole.

«Cioè?» incalzò a quel punto Melfo.

«Beh, sì, insomma… ci siamo conosciuti meglio.»

«Vi conoscevate già, ci è parso» rincarò Atino.

«Sì, infatti, e alla fine… ecco, è diventata la mia signora. Un cerimonia semplice, come si fa in campagna.»

«E poi? Come hai fatto con l’accademia? E lei con la magia?»

«Accademia?» domandò Leovindo scivolando rapido giù dallo sgabello «Ah sì, l’accademia… poi sono andato all’accademia.»

«Ma ha parlato di cinquant’anni d’accademia! E l’ha lasciata sola per tutto questo tempo?» chiese preoccupata Leodina.

«E l’Orra? E gli altri suoi amici?» insistette Terno.

Il vecchio era ormai a pochi passi dalla porta, inseguito da due ali di occhiate interrogative.

«Oh, beh, no… siamo stati insieme, certo che siamo stati insieme. Abbiamo avuto dei figli, dei nipoti…»

«Mentre lei faceva magie e tu combattevi i vampiri?»

«Vampiri? Oh, sì, certo, ma questa è un’altra avventura, ve la racconterò un’altra volta» e prima che avessero tempo di aggiungere altro era già sparito fuori dal locale.

Ci fu uno scambio di sguardi confusi.

«Qualcuno ci ha capito qualcosa?» domandò Nolan divertito.

«Io sì» dichiarò Melfo. «Lo sapete no, che a poche miglia da qui c’è un posto dove curano quelli fuori di testa, i matti?»

Tutti mostrarono d’essere informati sui fatti.

«Ecco, forse dovremo andargli a chiedere se si sono persi un paziente» rise. Poi alzò il boccale «Un brindisi ai Cavalieri della Sacra Croce di Abàtar!»

«Agli eroi!»

Intorno al vecchio Leovindo si erano ormai raggruppati tutti gli avventori della locanda, e anche dietro il bancone Loedina aveva raggiunto il marito per ascoltare l’incredibile storia.

«Vuoi farci credere davvero che tu e i tuoi amici avete sconfitto uno dei figli di Babuz?» Atino Duegrazie fu il primo a dare parola ai suoi pensieri, senza nascondere una buona dose di scetticismo.

«Non so di chi fosse figlio, non gliel’abbiamo chiesto. Ma di certo l'abbiamo spedito all'altro mondo!»

«E davvero tu e la tua amica sapevate fare delle magie?» rincarò la dose di dubbi Melfo.

«Questo non è così strano» intervenne subito Nolan, come se l’obiezione l’avesse riguardato direttamente. «Anch’io conosco un tizio che…»

«Ma con Theresa poi cos’è successo?»

Tutti si voltarono vero Leodina. Era in effetti più che ovvio che l’unica donna presente nel locale si interessasse a quel risvolto.

«È successo quello che doveva succedere» rispose il vecchio, mostrando più riluttanza di quanta ne aveva messa nelle parole.

«Cioè? Ti ci sei messo insieme nonostante l’altra tua amica c’abbia rimesso la pelle?» incalzò a quel punto Melfo.

«Beh, sì, insomma…»

«A quel punto mi pare che non avevi altra scelta, in effetti» rincarò Atino.

«Sì, infatti… cioè, no, avevo altre scelte, ma al cuore non si comanda, no?» rispose Leovindo imbarazzato.

«E poi siete andati insieme all’accademia?»

«Accademia?» domandò scivolando rapido giù dallo sgabello «Ah sì, l’accademia… no, no, sono andato solo io.»

«Ma ha parlato di cinquant’anni d’accademia! E l’ha lasciata sola per tutto questo tempo?» chiese preoccupata Leodina.

Il vecchio era ormai a pochi passi dalla porta, inseguito da due ali di occhiate interrogative.

«Oh, beh, no… siamo stati insieme, certo che siamo stati insieme. Abbiamo avuto dei figli, dei nipoti…»

«Mentre tu combattevi demoni e vampiri?»

«Vampiri? Oh, sì, certo, ma questa è un’altra avventura, ve la racconterò un’altra volta» e prima che avessero tempo di aggiungere altro era già sparito fuori dal locale.

Ci fu uno scambio di sguardi confusi.

«Qualcuno ci ha capito qualcosa?» domandò Nolan divertito.

«Io sì» dichiarò Melfo. «Lo sapete no, che a poche miglia da qui c’è un posto dove curano quelli fuori di testa, i matti?»

Tutti mostrarono d’essere informati sui fatti.

«Ecco, forse dovremo andargli a chiedere se si sono persi un paziente» rise. Poi alzò il boccale «Un brindisi ai Cavalieri della Sacra Croce di Abàtar!»

«Agli eroi!»

Intorno al vecchio Leovindo si erano ormai raggruppati tutti gli avventori della locanda, e anche dietro il bancone Loedina aveva raggiunto il marito per ascoltare l’incredibile storia.

«Vuoi farci credere davvero che tu e i tuoi amici avete sconfitto uno dei figli di Babuz?» Atino Duegrazie fu il primo a dare parola ai suoi pensieri, senza nascondere una buona dose di scetticismo.

«Non so di chi fosse figlio, non gliel’abbiamo chiesto. Ma di certo l'abbiamo spedito all'altro mondo!»

«E davvero tu e la tua amica sapevate fare delle magie?» rincarò la dose di dubbi Melfo.

«Questo non è così strano» intervenne subito Nolan, come se l’obiezione l’avesse riguardato direttamente. «Anch’io conosco un tizio che…»

«Ma con Theresa poi cos’è successo?»

Tutti si voltarono vero Leodina. Era in effetti più che ovvio che l’unica donna presente nel locale si interessasse a quel risvolto.

«È successo quello che doveva succedere» rispose il vecchio, mostrando più riluttanza di quanta ne aveva messa nelle parole.

«Cioè?» incalzò a quel punto Melfo.

«Beh, sì, insomma… ci siamo conosciuti meglio.»

«Vi conoscevate già, ci è parso» rincarò Atino.

«Sì, infatti, e alla fine… ecco, è diventata la mia signora. Un cerimonia semplice, come si fa tra soldati.»

«E poi siete andati insieme all’accademia?»

«Accademia?» domandò Leovindo scivolando rapido giù dallo sgabello «Ah sì, l’accademia… no, no, sono andato solo io.»

«Ma ha parlato di cinquant’anni d’accademia! E l’ha lasciata sola per tutto questo tempo?» chiese preoccupata Leodina.

«E l’Orra? E gli altri suoi amici?» insistette Terno.

Il vecchio era ormai a pochi passi dalla porta, inseguito da due ali di occhiate interrogative.

«Oh, beh, no… siamo stati insieme, certo che siamo stati insieme. Abbiamo avuto dei figli, dei nipoti…»

«Mentre tu combattevi demoni e vampiri?»

«Vampiri? Oh, sì, certo, ma questa è un’altra avventura, ve la racconterò un’altra volta» e prima che avessero tempo di aggiungere altro era già sparito fuori dal locale.

Ci fu uno scambio di sguardi confusi.

«Qualcuno ci ha capito qualcosa?» domandò Nolan divertito.

«Io sì» dichiarò Melfo. «Lo sapete no, che a poche miglia da qui c’è un posto dove curano quelli fuori di testa, i matti?»

Tutti mostrarono d’essere informati sui fatti.

«Ecco, forse dovremo andargli a chiedere se si sono persi un paziente» rise. Poi alzò il boccale «Un brindisi ai Cavalieri della Sacra Croce di Abàtar!»

«Agli eroi!»

Intorno al vecchio Leovindo si erano ormai raggruppati tutti gli avventori della locanda, e anche dietro il bancone Loedina aveva raggiunto il marito per ascoltare l’incredibile storia, e ora si asciugava una piccola lacrima.

«Vuoi farci credere davvero che tu e i tuoi amici avete sconfitto uno dei figli di Babuz?» Atino Duegrazie fu il primo a dare parola ai suoi pensieri, senza nascondere una buona dose di scetticismo.

«Non so di chi fosse figlio, non gliel’abbiamo chiesto. Ma di certo l'abbiamo spedito all'altro mondo!»

«E davvero tu e la tua amica sapevate fare delle magie?» rincarò la dose di dubbi Melfo.

«Questo non è così strano» intervenne subito Nolan, come se l’obiezione l’avesse riguardato direttamente. «Anch’io conosco un tizio che sa fare magie.»

«Oh, basta, smettetela di fare domande e lasciate che il signor Leovindo ci racconti come è andata a finire» intervenne Terno.

«Non c’è altro da raccontare» disse il vecchio posando pesantemente il bastone sul pavimento per aiutarsi a scendere dallo sgabello.

«Ma il suo ingresso nell’accademia? E l’Orra? E i suoi amici?»

«Entrare nell’accademia è stata la conseguenza naturale di ciò che ho vissuto e il compimento delle ultime volontà del Maestro Opanda. Non avevo alternative e neppure ne cercavo, soprattutto dopo ciò che era accaduto a Larah e Theresa. La loro perdita ha distrutto la mia vita e l’accademia era tutto ciò che mi rimaneva. L’accademia è stata tutta la mia vita… Ciò che ne è dell’Orra lo sto andando a scoprire adesso.»

Lentamente si avviò verso l’uscita, mentre gli altri avventori gli lasciavano spazio.

«Maestro Leovindo» lo chiamò qualcuno prima che uscisse dalla locanda.

Lui si voltò, con un gesto plateale che pareva studiato a tavolino «Alla prossima avventura.»

Intorno al vecchio Leovindo si erano ormai raggruppati tutti gli avventori della locanda, e anche dietro il bancone Loedina aveva raggiunto il marito per ascoltare l’incredibile storia, e ora si asciugava una piccola lacrima.

«Vuoi farci credere davvero che tu e i tuoi amici avete sconfitto uno dei figli di Babuz?» Atino Duegrazie fu il primo a dare parola ai suoi pensieri, senza nascondere una buona dose di scetticismo.

«Non so di chi fosse figlio, non gliel’abbiamo chiesto. Ma di certo l'abbiamo spedito all'altro mondo!»

«E davvero tu e la tua amica sapevate fare delle magie?» rincarò la dose di dubbi Melfo.

«Questo non è così strano» intervenne subito Nolan, come se l’obiezione l’avesse riguardato direttamente. «Anch’io conosco un tizio che sa fare magie.»

«Oh, basta, smettetela di fare domande e lasciate che il signor Leovindo ci racconti come è andata a finire» intervenne Terno.

«Non c’è altro da raccontare» disse il vecchio posando pesantemente il bastone sul pavimento per aiutarsi a scendere dallo sgabello.

«Ma il suo ingresso nell’accademia? E l’Orra? E i suoi amici?»

«Entrare nell’accademia è stata la conseguenza naturale di ciò che ho vissuto e il compimento delle ultime volontà del Maestro Opanda. Non avevo alternative e neppure ne cercavo, soprattutto dopo ciò che era accaduto a Theresa. Il senso di colpa mi tormentava e desideravo solo ricominciare. L’accademia mia ha salvato. Larah se ne è fatta una ragione e ha proseguito con successo i suoi studi magici, mentre mio fratello… beh, lui ha sempre avuto idee alternative. Ciò che ne è dell’Orra lo sto andando a scoprire adesso.»

Lentamente si avviò verso l’uscita, mentre gli altri avventori gli lasciavano spazio.

«Maestro Leovindo» lo chiamò qualcuno prima che uscisse dalla locanda.

Lui si voltò, con un gesto plateale che pareva studiato a tavolino «Alla prossima avventura.»

Intorno al vecchio Leovindo si erano ormai raggruppati tutti gli avventori della locanda, e anche dietro il bancone Loedina aveva raggiunto il marito per ascoltare l’incredibile storia, e ora si asciugava una piccola lacrima.

«Vuoi farci credere davvero che tu e i tuoi amici avete sconfitto uno dei figli di Babuz?» Atino Duegrazie fu il primo a dare parola ai suoi pensieri, senza nascondere una buona dose di scetticismo.

«Non so di chi fosse figlio, non gliel’abbiamo chiesto. Ma di certo l'abbiamo spedito all'altro mondo!»

«E davvero tu e la tua amica sapevate fare delle magie?» rincarò la dose di dubbi Melfo.

«Questo non è così strano» intervenne subito Nolan, come se l’obiezione l’avesse riguardato direttamente. «Anch’io conosco un tizio che sa fare magie.»

«Oh, basta, smettetela di fare domande e lasciate che il signor Leovindo ci racconti come è andata a finire» intervenne Terno.

«Non c’è altro da raccontare» disse il vecchio posando pesantemente il bastone sul pavimento per aiutarsi a scendere dallo sgabello.

«Ma il suo ingresso nell’accademia? E l’Orra? E i suoi amici?»

«Entrare nell’accademia è stata la conseguenza naturale di ciò che ho vissuto e il compimento delle ultime volontà del Maestro Opanda. Non avevo alternative e neppure ne cercavo, soprattutto dopo ciò che era accaduto a Larah. La sua perdita ha segnato profondamente la mia vita e desideravo solo ricominciare. L’accademia mia ha salvato. Theresa mi ha dimenticato e proseguito la sua carriera nell’esercito mentre mio fratello… beh, lui ha sempre avuto idee alternative. Ciò che ne è dell’Orra lo sto andando a scoprire adesso.»

Lentamente si avviò verso l’uscita, mentre gli altri avventori gli lasciavano spazio.

«Maestro Leovindo» lo chiamò qualcuno prima che uscisse dalla locanda.

Lui si voltò, con un gesto plateale che pareva studiato a tavolino «Alla prossima avventura.»

Intorno al vecchio Leovindo si erano ormai raggruppati tutti gli avventori della locanda, e anche dietro il bancone Loedina aveva raggiunto il marito per ascoltare l’incredibile storia.

«Vuoi farci credere davvero che tu e i tuoi amici avete sconfitto uno dei figli di Babuz?» Atino Duegrazie fu il primo a dare parola ai suoi pensieri, senza nascondere una buona dose di scetticismo.

«Non so di chi fosse figlio, non gliel’abbiamo chiesto. Ma di certo l'abbiamo spedito all'altro mondo!»

«E davvero tu e la tua amica sapevate fare delle magie?» rincarò la dose di dubbi Melfo.

«Questo non è così strano» intervenne subito Nolan, come se l’obiezione l’avesse riguardato direttamente. «Anch’io conosco un tizio che sa fare magie.»

«Oh, basta, smettetela di fare domande e lasciate che il signor Leovindo ci racconti come è andata a finire» intervenne Terno.

«Non c’è altro da raccontare» disse il vecchio posando pesantemente il bastone sul pavimento per aiutarsi a scendere dallo sgabello.

«Ma il suo ingresso nell’accademia? E l’Orra? E i suoi amici?»

«Entrare nell’accademia è stata la conseguenza naturale di ciò che ho vissuto e il compimento delle ultime volontà del Maestro Opanda. Non avevo alternative e neppure ne cercavo. Theresa e Larah hanno seguito entrambe il loro destino, una nell’esercito e l’altra in una qualche congrega di studi magici. Mio fratello… beh, lui ha sempre avuto idee alternative. Ciò che ne è dell’Orra lo sto andando a scoprire adesso.»

Lentamente si avviò verso l’uscita, mentre gli altri avventori gli lasciavano spazio.

«Maestro Leovindo» lo chiamò qualcuno prima che uscisse dalla locanda.

Lui si voltò, con un gesto plateale che pareva studiato a tavolino «Alla prossima avventura.»

Tutti gli occhi erano puntati sul vecchio e vi rimasero per un lungo e imbarazzato momento.

«E questo è tutto» ribadì Leovindo posando il bastone a terra per aiutarsi a scendere dallo sgabello.

«Come, tutto! La storia finisce qui? Con te che ti fai la biondina?» ribatté Melfo Stiletto, che non amava ci si prendesse gioco di lui.

«Non parlare così della mia signora!» protestò il vecchio.

«L’ha sposata? E a Larah? E Theresa? A loro non ha pensato?» protestò Terno, visibilmente scosso.

«Quelle ragazze hanno dato la vita per salvare il vostro villaggio e tu l’hai lasciato al suo destino?» incalzò Atino, inorridito nonostante fosse nota la sua abitudine di voltare le spalle ai compari alla vista delle prime divise.

«Non credo che ad Ancalya sia successo granché» commentò Nolan con un sorriso divertito. «Ci sono passato anche la settimana scorsa e pareva un villaggio prospero come sempre.»

«No, infatti l’ho sposata e ci siamo trasferiti ad Ancalya. E abbiamo portato dei fiori sulle loro tombe, tutti i giorni» rispose Leovindo incamminandosi alla velocità più spedita consentita dalla sua artrosi.

«E col demone come avete fatto?»

«E all’accademia, come sei entrato nell’accademia»

«Sì, in effetti non è stato un matrimonio lungo. Lei era bella ma insopportabile, non dico fosse proprio un demonio ma… è allora che sono entrato nell’accademia» disse Leovindo tutto d’un fiato mentre, inseguito da due ali di occhiate interrogative, si gettava sull’uscita.

«E quando hai combattuto con i demoni e i vampiri?»

«Vampiri? Oh, sì, certo, ma questa è un’altra avventura, ve la racconterò un’altra volta» e prima che avessero tempo di aggiungere altro era già sparito fuori dal locale.

Ci fu uno scambio di sguardi confusi.

«Qualcuno ci ha capito qualcosa?» domandò Nolan divertito.

«Io sì» dichiarò Melfo. «Lo sapete no, che a poche miglia da qui c’è un posto dove curano quelli fuori di testa, i matti?»

Tutti mostrarono d’essere informati sui fatti.

«Ecco, forse dovremo andargli a chiedere se si sono persi un paziente» rise. Poi alzò il boccale «Un brindisi ai Cavalieri della Sacra Croce di Abàtar!»

«Agli eroi!»

Tutti gli occhi erano puntati sul vecchio e vi rimasero per un lungo e imbarazzato momento.

«E questo è tutto» ribadì Leovindo posando il bastone a terra per aiutarsi a scendere dallo sgabello.

«Come, tutto! La storia finisce qui? Con te che ti fai la biondina?» ribatté Melfo Stiletto, che non amava ci si prendesse gioco di lui.

«Non parlare così della mia signora!» protestò il vecchio.

«L’ha sposata? E alla povera Theresa non ha pensato?» protestò Terno, visibilmente scosso.

«Quella ragazza ha dato la vita per salvare il tuo villaggio e tu l’hai lasciato al suo destino?» incalzò Atino, inorridito nonostante fosse nota la sua abitudine di voltare le spalle ai compari alla vista delle prime divise.

«Non credo che ad Ancalya sia successo granché» commentò Nolan con un sorriso divertito. «Ci sono passato anche la settimana scorsa e pareva un villaggio prospero come sempre.»

«No, infatti l’ho sposata e ci siamo trasferiti ad Ancalya. E abbiamo portato dei fiori sulla tomba di Theresa, tutti i giorni» rispose Leovindo incamminandosi alla velocità più spedita consentita dalla sua artrosi.

«E col demone come avete fatto?»

«E all’accademia, come sei entrato nell’accademia»

«Sì, in effetti non è stato un matrimonio lungo. Lei era bella ma insopportabile, non dico fosse proprio un demonio ma… è allora che sono entrato nell’accademia» disse Leovindo tutto d’un fiato mentre, inseguito da due ali di occhiate interrogative, si gettava sull’uscita.

«Ma Larah e gli altri? Li hai più rivisti? E quando hai combattuto con i demoni e i vampiri?»

«Vampiri? Oh, sì, certo, ma questa è un’altra avventura, ve la racconterò un’altra volta» e prima che avessero tempo di aggiungere altro era già sparito fuori dal locale.

Ci fu uno scambio di sguardi confusi.

«Qualcuno ci ha capito qualcosa?» domandò Nolan divertito.

«Io sì» dichiarò Melfo. «Lo sapete no, che a poche miglia da qui c’è un posto dove curano quelli fuori di testa, i matti?»

Tutti mostrarono d’essere informati sui fatti.

«Ecco, forse dovremo andargli a chiedere se si sono persi un paziente» rise. Poi alzò il boccale «Un brindisi ai Cavalieri della Sacra Croce di Abàtar!»

«Agli eroi!»

Tutti gli occhi erano puntati sul vecchio e vi rimasero per un lungo e imbarazzato momento.

«E questo è tutto» ribadì Leovindo posando il bastone a terra per aiutarsi a scendere dallo sgabello.

«Come, tutto! La storia finisce qui? Con te che ti fai la biondina?» ribatté Melfo Stiletto, che non amava ci si prendesse gioco di lui.

«Non parlare così della mia signora!» protestò il vecchio.

«L’ha sposata? E alla povera Larah non ha pensato?» protestò Terno, visibilmente scosso.

«Quella ragazza ha dato la vita per salvare il vostro villaggio e tu l’hai lasciato al suo destino?» incalzò Atino, inorridito nonostante fosse nota la sua abitudine di voltare le spalle ai compari alla vista delle prime divise.

«Non credo che ad Ancalya sia successo granché» commentò Nolan con un sorriso divertito. «Ci sono passato anche la settimana scorsa e pareva un villaggio prospero come sempre.»

«No, infatti l’ho sposata e ci siamo trasferiti ad Ancalya. E abbiamo portato dei fiori sulla tomba di Larah, tutti i giorni» rispose Leovindo incamminandosi alla velocità più spedita consentita dalla sua artrosi.

«E col demone come avete fatto?»

«E all’accademia, come sei entrato nell’accademia»

«Sì, in effetti non è stato un matrimonio lungo. Lei era bella ma insopportabile, non dico fosse proprio un demonio ma… è allora che sono entrato nell’accademia» disse Leovindo tutto d’un fiato mentre, inseguito da due ali di occhiate interrogative, si gettava sull’uscita.

«Ma Theresa e gli altri? Li hai più rivisti? E quando hai combattuto con i demoni e i vampiri?»

«Vampiri? Oh, sì, certo, ma questa è un’altra avventura, ve la racconterò un’altra volta» e prima che avessero tempo di aggiungere altro era già sparito fuori dal locale.

Ci fu uno scambio di sguardi confusi.

«Qualcuno ci ha capito qualcosa?» domandò Nolan divertito.

«Io sì» dichiarò Melfo. «Lo sapete no, che a poche miglia da qui c’è un posto dove curano quelli fuori di testa, i matti?»

Tutti mostrarono d’essere informati sui fatti.

«Ecco, forse dovremo andargli a chiedere se si sono persi un paziente» rise. Poi alzò il boccale «Un brindisi ai Cavalieri della Sacra Croce di Abàtar!»

«Agli eroi!»

Tutti gli occhi erano puntati sul vecchio e vi rimasero per un lungo e imbarazzato momento.

«E questo è tutto» ribadì Leovindo posando il bastone a terra per aiutarsi a scendere dallo sgabello.

«Come, tutto! La storia finisce qui? Con te che ti fai la biondina?» ribatté Melfo Stiletto, che non amava ci si prendesse gioco di lui.

«Non parlare così della mia signora!» protestò il vecchio.

«L’hai sposata abbandonando il tuo villaggio al suo destino?» incalzò Atino, inorridito nonostante fosse nota la sua abitudine di voltare le spalle ai compari alla vista delle prime divise.

«Non credo che ad Ancalya sia successo granché» commentò Nolan con un sorriso divertito. «Ci sono passato anche la settimana scorsa e pareva un villaggio prospero come sempre.»

«No, infatti l’ho sposata e ci siamo trasferiti ad Ancalya» rispose Leovindo incamminandosi alla velocità più spedita consentita dalla sua artrosi.

«E col demone come avete fatto?»

«E all’accademia, come sei entrato nell’accademia»

«Sì, in effetti non è stato un matrimonio lungo. Lei era bella ma insopportabile, non dico fosse proprio un demonio ma… è allora che sono entrato nell’accademia» disse Leovindo tutto d’un fiato mentre, inseguito da due ali di occhiate interrogative, si gettava sull’uscita.

«Ma Theresa, Larah e gli altri? Li hai più rivisti? E quando hai combattuto con i demoni e i vampiri?»

«Vampiri? Oh, sì, certo, ma questa è un’altra avventura, ve la racconterò un’altra volta» e prima che avessero tempo di aggiungere altro era già sparito fuori dal locale.

Ci fu uno scambio di sguardi confusi.

«Qualcuno ci ha capito qualcosa?» domandò Nolan divertito.

«Io sì» dichiarò Melfo. «Lo sapete no, che a poche miglia da qui c’è un posto dove curano quelli fuori di testa, i matti?»

Tutti mostrarono d’essere informati sui fatti.

«Ecco, forse dovremo andargli a chiedere se si sono persi un paziente» rise. Poi alzò il boccale «Un brindisi ai Cavalieri della Sacra Croce di Abàtar!»

«Agli eroi!»

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