Quando la morte è in vacanza

Prologo


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Plelio Allietante, detto Largosorriso, faceva l’assassino da ventidue anni. Ne aveva quindici la prima volta che, per denaro, aveva conficcato uno stiletto nelle costole di un uomo. Non che gli mancassero le capacità per guadagnarsi da vivere altrimenti, e neppure le occasioni, ma Plelio amava la vita facile e la richiesta di quel ricco mercante gli era parsa un’ottima opportunità per intascare qualche baiocco senza sudare.

Da allora gliene era passato di tempo e di sangue tra le mani, e tante erano state le lezioni imparate, una su tutte: un uomo che sta per morire urla come un maiale al macello.

Plelio era rimasto molto impressionato, le prime volte, da quelle grida, che più del sangue lo inchiodavano alla sofferenza e alle conseguenze delle sue azioni. Ma ci avevano pensato le monete d’oro a cancellare ogni remora e a farlo ingegnare per evitare che ogni volta la sua vittima vomitasse urla di dolore per quei pochi minuti d’agonia.

Così Plelio era diventato un Maestro Tagliagole, famoso per i larghi e mortali sorrisi che incideva sulle carotidi delle sue vittime, andando a recidere fino alle corde vocali: efficace, immediato e soprattutto silenzioso.

In quei ventidue anni aveva affinato la tecnica che lo aveva reso uno dei sicari più richiesti dell’Impero e, ovviamente, uno dei più pagati.

Quella sera, però, avrebbe dovuto mettere da parte il suo pugnale. Il cliente era stato chiaro: niente spargimento di sangue. I lavori puliti non erano proprio il suo forte, ma se pagati sufficientemente bene non faceva lo schizzinoso. E stavolta non si trattava solo di un lavoro ben pagato, ma anche piuttosto semplice.

Era la solita questione di denaro, e del resto erano sempre e solo tre i motivi per cui lo assoldavano: denaro, potere, corna. Stavolta un nipote stanco d’aspettare voleva anticipare l’eredità della vecchia e arzilla zietta.

Non doveva neppure fare la fatica di forzare una serratura: il nipotino, prima di uscire, gli aveva lasciato aperta la finestra più accessibile del palazzo. E anche trovare la stanza della donna si rivelò più facile del previsto: gli bastò seguire il raglio d’asino che la zia emetteva durante il sonno. Russava talmente forte che non dovette neppure preoccuparsi di muoversi silenziosamente.

Entrato nella camera, si stupì di tale mancanza di grazia da parte di una veneranda signora che appariva così elegante persino nel sonno. Ma non andò oltre nelle sue considerazioni: fermarsi a elucubrare sulla vittima era il primo passo verso la fine della carriera di ogni assassino.

Per questo, senza indugiare, afferrò un cuscino d’arredo ai piedi del baldacchino e con misurata violenza lo premette contro il volto della donna.

Sentì il corpo della vecchia irrigidirsi sotto la sua presa, nel vano tentativo di produrre una spinta sufficiente ad allontanarlo. Le mani cominciarono a volteggiare senza controllo, cercando alla cieca di aggrapparsi alla vita, mentre un rantolo d’aiuto arrivava soffocato da sotto la stoffa.

Plelio sorrise di quel ghigno cinico di chi, con poco sforzo, guadagna molto, e contò mentalmente fino a trenta. A quel punto l’ossigeno avrebbe iniziato a scarseggiare e la resistenza della vittima a farsi meno convinta.

Ma la zia pareva invece sempre più furiosa.

Arrivò fino a sessanta, e ancora la donna non mostrava segni di cedimento.

Superò i cento e le braccia della vecchia iniziarono a vorticare con più precisione, arrivando a graffiargli il volto.

Aumentò la pressione, il sorriso ormai scomparso dal volto. Duecento e il più stanco dei due sembrava lui.

Fu alla soglia dei trecento che la mano chiusa a pugno della zia arrivò a cozzare, fortuitamente ma con energia, contro il suo occhio destro, procurandogli un tentennamento più che sufficiente a fargli perdere la presa e a lasciare campo libero alla nonnetta.

Che in quella situazione ci fosse qualcosa di stonato era evidente, ma l’assassino era troppo concentrato sul suo lavoro per fermarsi a fare una qualunque riflessione. La donna stava per urlare e lui non poteva permetterselo. Facendo appello a tanti anni d’esperienza, mise in disparte le istruzioni del cliente e impugnò il coltello. L’obiettivo era fermo, la gola sguarnita: sarebbe bastato un affondo, un gesto circolare da sinistra a destra, e tutto sarebbe finito.

E il gesto arrivò, preciso e rapidissimo. La lama, affilata a nuovo poche ore prima, penetrò nella carne e la attraversò per mezza lunghezza, quindi scivolò veloce in un movimento longitudinale sicuro e spietato.

Lo sguardo della vecchia lo attraversò con orrore mentre le mani correvano alla gola e il pugnale già fuggiva via. La morte l’avrebbe raggiunta a momenti, ma indomita la bocca si aprì comunque in un grido. E con sommo stupore di tutti la sua voce prese forma in un urlo disperato e rabbioso.

Ben più si stupì Plelio quando la donna tolse le mani dalla gola e neppure un graffio scheggiava il suo collo.

La vaga consapevolezza d’aver fallito per la prima volta in vent’anni lo sfiorò, un pensiero fugace che divenne un tuffo dalla finestra e un balzo su un paio di tetti fin sulla strada.

Ma non era la sua sera fortunata. Proprio in quel momento un gendarme faceva ronda in quel vicolo.

Odiava uccidere fuori contratto, ma il suo coltello era sempre pronto a gestire gli imprevisti. Senza neppure rallentare la corsa, si lanciò sull’uomo e gli lasciò il pugnale nella giugulare.

Ma quello, invece di stramazzare al suolo, si strappò il coltello dalla gola e restò a fissarlo incredulo. Anche Plelio era incredulo: dalla ferita non era uscita una sola goccia di sangue.

Urlò e corse con tutta l’energia della paura. Sembrava proprio che quella notte la gente si rifiutasse di morire.

Quando la morte è in vacanza

1. Lo stregone


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La gente odiava morire durante le belle giornate.

E quella era una dannatissima stupenda giornata di primavera, con un tiepido sole prossimo al tramonto, allegri stormi di rondini nel cielo blu topazio, prati verdi, fiori profumanti e tutta quella stucchevole meraviglia che solo giornate così potevano avere. Compresi i leprotti che saltavano tra i cespugli più fitti.

Morte provava una sana indifferenza per i leprotti, così come per i fiori, le rondini e tutto il resto. Ma messi tutti insieme le procuravano una sorta di prurito alle mani che gli uomini avrebbero definito odio.

E la colpa non era certo di lepri, margherite e uccelli migratori, ma per l’appunto degli uomini, che parevano particolarmente restii ad accettare la loro condizione mortale in giorni di tal fattura.

Ma c’era qualcun altro che, sebbene non stesse per morire, iniziava a provare nei confronti di quel magnifico giorno un profondo rancore. Il suo nome era Malacchio de’ Linacchi, ma ai più era noto come Malachia l’Ombroso. Lui, invece, amava presentarsi come: Malachia, lo stregone che ha inventato la magia.

Se ciò non fosse sufficiente a delineare i tratti essenziali del personaggio, si può aggiungere che era colto, ma rozzo e volgare, oltre che piuttosto bruttarello; di carattere infido e schivo, ma mutevole, tant’è che in presenza di sottane si faceva socievole e lascivo; ed era in effetti un maestro nelle arti magiche. Non che le avesse inventate lui, dato che la magia era le fondamenta stesse dell’Eudopia, ma da tempo gli uomini avevano dimenticato come domarla e l’avevano ormai etichettata come mito. Poi era giunto Malachia, a ben vedere primo da che memoria d’uomo concepisse, e aveva distrutto quell’etichetta con un’enorme palla di fuoco. Se a questo aggiungiamo che discendeva da due ricche e nobili famiglie, il cui patrimonio congiunto avrebbe potuto sfamare per un paio di generazioni un’intera cittadina, risultava davvero difficile immaginare cosa lo turbasse al punto da rovinare una giornata di tale splendore.

O meglio, risultava difficile per un comune mortale. Ma Morte sapeva benissimo che i malumori dello stregone erano legati a doppio filo ai suoi.

Tutto aveva avuto origine da una fissazione che Malachia aveva ereditato dal padre: raggiungere l’immortalità.

Gran parte degli studi e degli sforzi magici compiuti dall’uomo erano infatti volti a questo pretenzioso traguardo, secondo soltanto alla conquista del dominio assoluto sul mondo. Ben conscio però che il potere in sé non era nulla senza la possibilità di goderselo per un numero di anni il più possibilmente tendente a infinito, Malachia dedicava molto del suo tempo agli esperimenti sull’immortalità.

Il problema era che sperimentare metodi per vincere la morte implicava solitamente ammazzare qualcuno. E siccome finora gli esperimenti erano tutti puntualmente falliti, ecco spiegato il motivo per cui Morte era spesso spettatrice di tali nefandi spettacoli.

L’ultimo dei quali si stava tenendo proprio quel giorno.

Di solito funzionava così: quando Malachia aveva sottomano una qualche nuova formula che pensava utile al "progetto immortalità", organizzava una festa in una delle sue magioni, distribuendo inviti nei sobborghi più poveri e malfamati delle vicine città dell’Impero. Puntualmente si presentavano ai cancelli una ventina di scrocconi e derelitti pronti a godersi il lauto banchetto. Non andavano però oltre il brindisi di benvenuto, dato che alla birra annacquata era addizionato un potente sonnifero. A quel punto i due servitori di Malachia, che erano anche i primi adepti della sua nascente scuola di magia, si occupavano di legare i malcapitati, avendo cura di rinchiudere nelle segrete le giovani più avvenenti, che il Maestro preferiva usare per altri scopi.

Il quel momento Morte stava osservando sedici disgraziati a cui il destino aveva voltato le spalle, ammonticchiati come sacchi di patate in un angolo del giardino.

Malachia e i suoi tirapiedi erano invece impegnati a raddrizzare un accrocco di travi che ricordava vagamente un patibolo per l’impiccagione, sulla cui sommità era fissato un gancio e sotto cui lo stregone in persona stava per riporre una piccola anfora di terracotta.

«Appendetene uno» disse ai suoi quando fu convinto che la struttura potesse reggere.

I servitori si avvicinarono al mucchio, ma prima che potessero mettere mano sul primo disperato, questi si rizzò in piedi e corse come un puledro verso l’alto muro di recinzione. Evidentemente aveva bevuto poco e i nodi non erano così stretti. I due, che atleticamente non erano all’altezza, provarono un timido inseguimento, ma il prigioniero raggiunse le mura prima che potessero fare tre passi.

Probabilmente, in un’altra occasione, l’uomo avrebbe scalato la parete con estrema facilità, ma al padrone di casa bastò sollevare un dito e pronunciare flebili parole perché un raggio di energia elettrica violacea serpeggiasse dalla punta dell’unghia fino alla schiena del poveretto, che cadde a piombo in una nuvola di fumo nero.

«Controllate se è ancora utilizzabile» ringhiò tutto il suo disappunto lo stregone.

Morte, al contrario dei due servi, non aveva bisogno di controllare: «Vieni, Samerio, ti condurrò per…»

«No, ti prego, no» supplicò quello gettandosi ai suoi piedi. «Non uccidermi, ti prego.»

«Guarda che sei già…»

«Mi aspettava una giornata così bella, calda, un pasto sontuoso» piagnucolò.

Morte si grattò la testa. «Ti capisco, ma non posso farci nulla, è il mio lavoro.»

«Sei ancora in tempo, risparmiami, ti prego.»

«No, senti, non hai capito, tu sei già…»

«Pietà» gridò l’uomo al culmine della disperazione.

Morte avrebbe voluto gli occhi per poterli alzare al cielo: e quello era solo il primo di sedici.

Quando la morte è in vacanza

2. La Morte


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La falce riverberava di rosso ai raggi del sole calante. Pareva insanguinata. Come facesse a riflettere la luce del mondo dei vivi era in effetti un mistero, ma né lei, né tanto meno le anime affidate alla sua benevolenza, si erano mai poste il problema.

Di certo, in contrasto al meraviglioso tramonto che stava dipingendo la vallata, la sua sagoma nera sormontata da quella sanguinante mezzaluna era oltremodo inquietante. E le vittime di Malachia non si trattenevano dal sottolinearlo.

«Pietà, pietà, non mi uccidere.»

«Gonzalo Tiberni, tu sei già morto» tentò di spiegare, facendo appello al suo sovrannaturale aplomb. 

«Ti scongiuro, farò tutto quello che vuoi, tutto.»

«No, senti, non hai capito. Non posso ucciderti, sei già morto.»

«Morto? Io?» Il signor Tiberni era in effetti piuttosto confuso.

«Guardami, chi credi che io sia? Adesso per favore calmati e mettiti con gli altri, vi condurrò tutti per l’ultimo tratto.»

«Vuoi dire che questo è l’ultimo tramonto che vedrò?» chiese con le lacrime che iniziavano a solcargli il volto.

«Sì, sul mondo terreno è…»

Ma non ebbe il tempo di finire, l’uomo scoppiò in un pianto disperato, seguito a ruota a una corpulenta matrona.

«Signora Duepiazze, non ricominci, avevamo già chiarito, no?»

Anche questa volta non ci fu il tempo di completare il discorso, una nuova anima fece la sua comparsa: era la nona.

«Benvenuto Gaudio Ascani, vieni, ti condurrò…»

«Per Babuz, ma quanto ho bevuto?»

Morte fece una pausa, che i più audaci avrebbero anche potuto definire incertezza.

«Non ricordavo che era una festa in maschera» continuò il giovane. «E cavolo, il tuo costume è proprio da urlo.»

Morte crollò il capo, sconsolata: «Non è un costume» disse aprendo il bavero della tunica tanto da scoprire parte del costato.

Anche il ragazzo scrollò la testa, come per scacciare un pensiero o un’immagine. Poi, non soddisfatto, avanzò di due passi e allungò una mano fino a infilare due dita tra la seconda e la terza costola.

A quel punto, in effetti, urlò.

«I prossimi straordinari li fa qualcun altro» sibilò a denti stretti Morte.

Se c’era infatti qualcosa che peggiorava la situazione, era che tutte quelle persone, secondo quanto previsto dalla Trama dei Destini, non dovevano morire. Ma quando c’era in ballo la magia il rischio di deformare l’ordine naturale delle cose era sempre dietro l’angolo. E quel Malachia, tra l’altro, pareva una vera e propria calamita per deformazioni.

Morte, ovviamente, si guardava bene dal far notare a quei poveretti che la loro fine non era programmata per quel giorno, ma ciononostante gli animi restavano agitati.

«Aaaaah» cominciò a strillare anche la signora Duepiazze.

«Non uccidermi» supplicò lo spirito del giovane Gaudio.

«Io non uccido nessuno» protestò esasperata Morte. «È lui che vi ha fatto fuori!» gridò a sua volta, indicando lo stregone nel mondo dei vivi.

Malachia, incurante delle accuse, ronzava intorno al suo successivo esperimento, un uomo sulla cinquantina già piuttosto malmesso di suo. Stava appeso per le mani al gancio e penzolava sopra a una grossa anfora decorata con rose e gardenie. Malachia lo tastò con le dita del palmo teso, come alla ricerca di un punto preciso dove colpire. Quindi, senza il minimo preavviso, sussurrò parole incomprensibili e nell’anfora precipitò un’onda d’acqua, come lanciata da un secchio. Dell’uomo appeso al gancio rimase una mummia rinsecchita.

«Effetto collaterale interessante, devo appuntarmelo» disse tra sé lo stregone. Estrasse da una scatola una carta da gioco e se la posò sulle labbra, pronunciando nuovamente quelle sillabe incomprensibili. La figura sul tarocco cambiò subito diventando quella di uno straccio strizzato: era il suo modo per archiviare gli incantesimi.

Tutto questo, lasciava indifferente Morte, che invece era deontologicamente più interessata alla sventurata vittima, che apparve nel giro di un attimo al suo cospetto.

«Benvenuto Teno Stej, ti accompagnerò…»

«Aaaaah» gridò l’uomo, andando dietro al concerto del giovane e della matrona.

«Sentite, signori, io comprendo il vostro turbamento, ma dovete capire che sono qui per aiutarvi» abbozzò un disperato tentativo di rasserenare la situazione.

«Moriremo tutti!» strillò qualcuno.

«Siamo già morti» replicò qualcun altro.

«Pietà, ti prego pietà» supplicò Teno Stej.

«Aaah» commentò l’undicesima vittima, appena giunta tra loro.

«Aaaaaaahhh» aggiunse la signora Duepiazze, che evidentemente non voleva essere da meno.

Sarebbe sciocco quantificare la durata di quella cacofonia di piagnistei, dato che per loro il tempo aveva perso il senso della misura. Dovendolo quantificare secondo i parametri mortali, però, si potrebbe dire che durò un numero consistente di minuti.

Morte li trascorse tutti in silenzio, il cappuccio calato sugli occhi e la mano serrata sul manico della falce. Quando sentì il legno dell’impugnatura scricchiolare sotto la presa, accettò di non avere alternative.

«ADESSO BASTA. STATE ZITTI.»

Il risultato fu immediato e definitivo. Le anime si avvicinarono tra loro, scosse da un leggero tremito che ne confondeva i contorni. In tombale silenzio attesero il verdetto.

«Bene. Ora, signori, vi condurrò per l’ultimo tratto, e non voglio più sentire un lamento. Anche tu signorina Beccafichi, zitta e seguici» disse rivolgendosi alla quindicesima vittima.

Un’intensa luce bianca avvampò in un punto imprecisato dell’orizzonte. Le anime la fissarono sconvolte, ma subito si sentirono pervadere da un senso di pace. Morte fece strada compiendo qualche passo verso il passaggio, poi li invitò a precederla. Gli spiriti si disposero in una fila ordinata e uno dopo l’altro si confusero nella luce. Morte chiuse il corteo.

Quando l’anima di Mariano Bonuomo, l’ultima cavia di Malachia, si separò dal suo corpo terreno, non c’era più nessuno ad aspettarla.

Quando la morte è in vacanza

3. L’Uno


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Egli era.

Era l’enigma e la risposta.

Era l’infinitesimo e l’infinito.

Era il principio, la fine e il tutto.

Egli era l’Uno.

Nulla è stato prima della sua vibrazione, tutto avviene durante la sua eternità. Con molti nomi gli uomini hanno dato forma alla sua idea, ma egli non possedeva nome, poiché era impossibile definire a parole il pensiero che ha generato le parole stesse.

Gli abitanti di Eudopia, ad esempio, erano soliti rivolgersi a lui con l’appellativo di Abàtar, che in antico idioma significava "Colui che è stato il primo", ma nessuno degli Equilibri che componevano l’Esistenza aveva mai usato questo o altri appellativi. Per essi era semplicemente il Signore, l’Uno. A dire il vero non avevano mai utilizzato neppure le parole per porgli i loro quesiti, né tanto meno condiviso con lui stanze o pasti, poiché non avevano corpi cui dare ristoro.

Ma poiché risulterebbe difficile per le nostre menti limitate comprendere i fatti di cui si narra mantenendo fede alla loro natura sovraterrena, immaginate l’Uno mentre percorre ampi cerchi nel suo ufficio oltre il nono piano dell’Esistenza, lassù nell’alto dei cieli.

Ad attanagliarlo v’era un tormentoso dilemma, sebbene questi stati d’animo umani siano vuoti assiemi di lettere se applicati a lui. (E sia chiaro, utilizziamo il maschile solo per concordanza di genere con il nome Uno).

Con lui c’era Serafino, uno dei più influenti Equilibri dell’Esistenza e tra i suoi più fidati segretari. Figuratevelo pure, per mera comodità, come un giovane dai tratti adolescenziali delicati e femminei, visibilmente a disagio in un vestito di taglio sartoriale molto elegante.

«Signore, perdonate se mi permetto, ma forse vi state preoccupando per una sciocchezza, in fondo non capita di rado che le anime umane preferiscano restare…»

«Preferiscano, tu lo dici. Ma qui non c’è stata una richiesta, è stata una nostra dimenticanza. E per fortuna il distacco è comunque avvenuto.»

Serafino si passò un dito dentro il colletto, nel vano tentativo di allargare il nodo alla cravatta. «Signore, non la chiamerei fortuna, ma un’ottima gestione degli imprevisti. Il recupero, sebbene fuori sincrono, è stato comunque tempestivo.»

L’Uno tornò a sedere sull’enorme poltrona che dominava l’ambiente, facendo apparire la scrivania poco più di un poggiapiedi. «Non discuto il risultato, ma la dimenticanza. Quella c’è stata, non possiamo negarlo.»

«No, Signore.»

«Non era mai accaduto prima… e non voglio si ripeta. Vai a chiamarla.»

Serafino fece un leggero inchino e senza aggiungere altro uscì dalla stanza, lasciando l’Uno immerso in riflessioni di portata trascendentale.

Difficile dire quanto tempo passò, dato che l’Uno era oltre il tempo e lo spazio, ma a ogni modo non fu un’attesa lunga. Del resto Morte prevedeva quella chiamata.

Quando entrò nell’ufficio, il cappuccio sollevato e afflosciato sulle spalle, una sigaretta stretta tra i denti, le mani nelle tasche, il passo deciso, lasciavano intendere una sicurezza controllata. Ma un attento osservatore avrebbe notato le microscopiche oscillazioni della sigaretta, a svelare un impercettibile quanto nervoso movimento della mascella.

«Ti prego, spegnila» disse l’Uno senza alzarsi.

Morte afferrò la cicca tra le dita e la fece sparire.

«Tu sai, vero?» chiese con il tono di chi non ha bisogno di fare domande.

«Certo» rispose Morte, con lo stesso identico tono.

«Come…»

«Un errore mio, Signore. Non ci sono altre spiegazioni.»

«Tu non puoi commettere errori.» Pareva un rimprovero rivolto a se stesso, al creatore che si rammarica per le azioni della sua creatura.

«Signore, non cerco giustificazioni, ma… quello stregone sta mettendo in crisi molte delle nostre regole, gioca con le Trame del Destino, destabilizza gli Equilibri dell’Esistenza e interferisce con… Me!»

L’Uno si strofinò gli occhi fino a stringere il setto nasale tra il pollice e l’indice, in un gesto di rassegnata concentrazione, tipico di chi cerca una soluzione inesistente. «Lo sai bene che abbiamo le mani legate. Ho dato loro il libero arbitrio proprio per questo, se ora intervenissi tutto andrebbe sprecato.»

Morte scosse la testa, senza il minimo timore di mostrare il suo disappunto: «Signore, io conosco bene gli uomini, forse li conosco meglio di lei e, mi perdoni la franchezza, non hanno speranze. Questo esperimento può solo finire male, e quel Malachia è la dimostrazione più evidente mai avuta.»

L’Uno conosceva l’opinione di Morte e, sebbene non l’avesse mai condivisa, la lasciò parlare.

«Con gli altri animali tutto funziona bene, nessuno dei miei colleghi ha mai avuto problemi, tutto va secondo le regole senza il minimo scossone. Ma con gli uomini… C’è sempre qualche novità, qualche imprevisto, che si moltiplicano in presenza di uno stregone» continuò Morte, che ormai pareva aver aperto il vaso di Pandora. «E vogliamo parlare dell’ingratitudine? Signore, le posso contare sulle dita delle mani le volte che uno di quegli irriconoscenti mi ha ringraziato per averlo accompagnato verso la sua Vibrazione. Dico, non sono mica io che li ammazzo! Eppure tutti a chiedere pietà, a buttarsi in ginocchio, neanche poi li portassi via da chissà cosa; i più son poveracci che fanno la fame. E vogliamo parlare degli insulti? Sa qual è la parola che sento pronunciare più spesso dalle loro labbra?»

«Sì, lo so» rispose l’Uno, che in quanto tale sapeva tutto.

«E allora non credo ci sia da aggiungere altro» sentenziò, per poi aggiungere: «Io sempre a sprecarmi in ‘benvenuti’ e ‘buongiorno’, a cercare di fare la gentile perché, insomma, lo capisco che è un momento difficile e che può essere scioccante vedermi, e loro? Cosa fanno loro?»

«Credo che tu abbia bisogno di una vacanza. Due o tre giorni di riposo» sentenziò l’Uno per arginare l’arringa.

Ottenne, in effetti, un frammento di colpevole silenzio.

Morte strinse i denti. «Sì, ha ragione, Signore» e si avviò verso l’uscita. Ma prima di aprire il portone si voltò: «Ma come farete a…»

«Ti troverò un sostituto.»

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4. Il Tristo Roditore


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La nave stava imbarcando acqua con una velocità indomabile. Fuori la tempesta si stava placando, ma nella stiva ormai era tutto un vorticare di flutti. Gli uomini raccolsero le casse più leggere, che riuscivano a tenere con una sola mano, e si precipitarono sul ponte. Le scialuppe di salvataggio erano già state calate ed erano pronte ad accoglierli. La maggior parte del carico sarebbe andata perduta, potevano farci poco, ma nessuno sarebbe rimasto indietro, nessuna vita sarebbe stata sacrificata.

Nessuna vita umana, s’intende.

Ma lui non si occupava di umani, e dall’alto della sua postazione, lassù sulla coffa, poteva agilmente ignorarli. Il motivo per cui era lì si trovava infatti più giù, nelle stive, dove il cibo necessario al viaggio era stipato in casse e barili. E dove ormai l’acqua aveva ricoperto tutto.

Era una scena già vista, praticamente non si era mai perso un naufragio. Del resto i topi adoravano il cibo facile, e cosa c’era meglio di un locale isolato, stracolmo d’ogni bontà? Peccato non sapessero muovere le zampe con la stessa velocità con cui muovevano le mandibole, altrimenti sarebbero stati nuotatori eccezionali.

Il Tristo Roditore si mise in posizione eretta e strinse la sua piccola falce con decisione. Dal cappuccio spuntava solo la punta del suo muso ossuto, il cui aspetto sinistro era aumentato dagli incisivi, che parevano smisurati senza una pelliccia. Non che la cosa lo preoccupasse, del resto non doveva essere carino, ma efficace. E lui, in effetti, era tra i migliori; nessuno sapeva gestire le situazioni di crisi altrettanto bene. Come, ad esempio, un’intera colonia di topi affogati in alto mare.

Il primo apparve al suo fianco quando ancora gli umani non avevano staccato le scialuppe.

«Lo sapevo, la nave era una pessima idea» squittì scrollandosi di dosso acqua che ormai non c’era più.

«Non prendertela, sono cose che succedono» minimizzò il Tristo Roditore.

«Aspettiamo gli altri?» Non fece neppure in tempo a terminare lo squittio che due affannati topi apparvero al suo fianco.

«Sì, aspettiamo tutti» confermò il Tristo Roditore, senza in realtà tradire la benché minima traccia di rammarico.

«L’avevo detto io…» mostrò invece il suo disappunto il primo topo.

L’attesa non fu lunga: rapidamente la coffa e l’albero di maestra di affollarono di agitate anime di roditori che l’esperto traghettatore controllò con grande fermezza: «Signori, vi prego, state fermi e in buon ordine. Non preoccupatevi se la nave affonda, siete puro spirito e ormai l’acqua non può nuocervi.»

In effetti il veliero si stava rapidamente inabissando, la coffa e pochi alberi erano tutto ciò che restava alla luce delle stelle. Ma nessuno degli sfortunati topi si lasciò intimorire, attesero in buon ordine che i più tenaci di loro cedessero al freddo e alla fatica. E, quando tutta la colonia fu infine riunita, si lasciarono guidare dal Tristo Roditore.

«State sereni, faremo in un attimo» li confortò accompagnandoli verso la luce.

 

 

Lasciato al suo destino l’ultimo gruppo, il Tristo Roditore si abbandonò a un momento di ristoro, nell’area caffè del Settimo Cielo. Era un mestiere che in realtà di riposo non ne lasciava, ma possedere il dono dell’ubiquità ed esistere al di fuori dello Spazio e del Tempo, erano vantaggi che permettevano il lusso di un mocaccino ogni tanto. Non troppo spesso, era chiaro, ma comunque a sufficienza da non sentire lo stress di un lavoro tanto logorante.

«Due zollette, giusto?»

Non si era nemmeno accorto che il distributore era già occupato. Sollevò il cappuccio per vedere il volto del collega e non si stupì affatto d’incrociare gli occhi celesti di Serafino.

«Hai buona memoria.»

«Fatto qualche straordinario?» gli chiese porgendogli la tazza.

«No, solo una normale amministrazione un po’ più normale del solito. Con i roditori non si rischiano straordinari» sottolineò, nonostante fosse certo che Serafino conoscesse bene le procedure.

«Già, vero, nessun libero arbitrio, ogni limite ben delineato…»

Il Tristo Roditore iniziò a sorseggiare la bevanda, che scivolò tra le sue ossa ed evaporò prima di toccare il suolo. Ovviamente non poteva sentirne il sapore, ma la ritualità del gesto lo rilassava. Una ritualità che la presenza di Serafino, seppur educata e misurata, stava incrinando. Una presenza che, con tutta evidenza, non era affatto casuale.

«Lui come sta?» buttò la domanda tra un sorso e l’altro.

Serafino si aggiustò un ciuffo di capelli già in perfetto ordine: «Indaffarato, come sempre.»

«Chi non lo è…»

«Già, servirebbe una pausa un po’ più lunga» ribatté, agitando il liquido scuro dentro la tazza che si era appena preparato.

«Bah, sì, forse» sbottò il Tristo Roditore. «Anche se non saprei come impiegarlo quel tempo.»

«Ma tutti hanno bisogno di riposo, anche l’Uno in fondo…»

«Sì, ma la morte è un’altra cosa, mica se ne può andare in vacanza!» rise, convinto d’aver detto un’assurdità.

Gli occhi di Serafino lo fissarono con un’intensità tale che parvero virare verso il viola. Non stava affatto ridendo.

«Stai davvero cercando di convincermi a mettermi in pantofole e prendere il sole su una spiaggia?»

«Non tu. E non abbiamo avuto bisogno di convincerla.»

Il Tristo Roditore trangugiò d’un sorso quello che restava del mocaccino, senza mai togliere le sue orbite dagli occhi dell’altro.

«È che c’è questo stregone…» balbettò Serafino.

«Non devi giustificarti, devi spiegarmi cosa vuole da me.»

«Che tu sostituisca Morte per… un po’.»

Ci fu un silenzio interrotto solo dallo sfregare nervoso di due piccole mascelle.

«Tu sei il migliore sui grandi numeri, non te ne accorgerai neppure.»

«A loro non piacerà, odiano i topi.»

«Loro saranno troppo impegnati a essere morti, non ci baderanno neanche» tagliò corto il segretario dell’Uno.

Il Tristo Roditore si risollevò il cappuccio: «Stiamo creando un pericoloso precedente, ve ne rendete conto, vero?»

«Stai tranquillo, sarà solo per questa volta.»

Quando la morte è in vacanza

5. La professionista


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Pomezia Bansci aveva intrapreso la professione per necessità più di trent’anni prima. Rimasta orfana ancora ragazza, aveva avuto la fortuna d’incontrare un uomo perbene, che l’aveva sposata prima ancora di saggiare le sue doti; ma quando, dopo cinque anni di matrimonio, non aveva saputo dargli l’erede che desiderava, quello stesso galantuomo l’aveva abbandonata in mezzo a una strada, più povera di prima. E Pomezia in quella strada era rimasta, vivendo dell’unica cosa che, nella sua limitata visione del mondo, una donna sterile aveva da offrire alla comunità.

Sotto l’aspetto economico non si può dire che se la fosse passata male, anzi, aveva visto morire di fame e d’orgoglio donne con molto più potenziale di lei. Ma nonostante avesse un tetto sulla testa e la pancia sempre piena, quell’antico desiderio d’incontrare un uomo che la considerasse unica non s’era mai sopito.

Perciò le sussultò il cuore quando quella carrozza si fermò davanti al falò. Mai prima d’allora ne aveva viste di così sfarzose: sobria ed elegante, ma con lavorazioni raffinate e intarsi incisi a filo d’oro. Doveva appartenere a un nobile di alto lignaggio, di quelli soliti frequentare solo bordelli di lusso. Cosa ci facesse in quel sobborgo malfamato era un mistero che probabilmente solo una delle meretrici in mostra sulla via avrebbe risolto. Pomezia non poté fare a meno di sperare d’essere lei la fortunata, anche quando dal finestrino s’affacciò un volto sgraziato dall’età indefinibile. E quando su quel volto, come un ghigno, si dipinse un sorriso, e un cenno del capo l’invitò a salire, si sentì felice come una regina.

Malachia, questo il nome del suo anfitrione, non poteva in effetti dirsi un bell’uomo: l’occhio destro gli si muoveva per i fatti suoi, i denti erano ancor meno allineati, e neppure quei pochi capelli parevano riuscire a stare insieme. Aveva insomma un’aria disordinata e una faccia strizzata come un cencio da lavare, ma possedeva incredibili doti affabulatorie e gli bastarono poche parole per incantarla.

I suoi modi erano tanto cortesi quanto ricca era la sua magione, la sua ospitalità tanto squisita quanto veemente la sua passione. Fu una notte talmente speciale che quando Pomezia vide colui che intimamente già definiva il suo uomo rivestirsi, ebbe un moto d’ansia, come sorpresa da un senso d’abbandono.

«Non voglio che tu vada» la tranquillizzò lui. «Devi posare per me.»

Così Pomezia salì sul piedistallo al centro di quello che aveva inteso essere lo studio di un artista, sebbene privo di tele e colori, e il suo cuore batté folle d’emozione: fra le tante proprio lei, Pomezia Bansci, stava diventando la musa ispiratrice di un maestro.

Ed era in effetti così, sebbene le arti in cui era maestro Malachia l’Ombroso non fossero esattamente quelle immaginate dalla sventurata.

Ciò che accadde nei minuti successivi era cosa già vista, quantomeno da Malachia (e da Morte, che aveva assistito a tutti i suoi esperimenti). Per Pomezia fu solo una piacevole carezza, alcune poetiche parole sussurrate da dolci labbra, e un solletico fastidioso ma incantevole.

Per il Tristo Roditore non fu neppure quello: si presentò all’appuntamento un istante prima del necessario senza minimamente badare ai fatti. Non notò quindi il bizzarro uomo che stava imprecando a denti stretti davanti ai cocci pietrificati sparsi sul pavimento, ma prestò tutta la sua professionale attenzione unicamente allo spirito.

«Madame, mi segua, è il momento di andare.»

Pomezia, che al contrario aveva occhi solo per Malachia, non era in egual modo riuscita a cogliere l’essenza della situazione; non comprendeva cosa facesse il suo pigmalione, e ancor meno da dove venisse quella fastidiosa voce.

L’urlo venne solo quando vide il topo incappucciato in attesa alla sua destra.

«La prego, madame, non faccia…»

Quelle parole trasformarono l’urlo in isteria. Pomezia provò a issarsi su uno sgabello, ma la sua attuale natura incorporea non le agevolò le operazioni.

«Senta signora, tutto questo è davvero inutile» insistette il Tristo Roditore, agitando la sua piccola falce.

Alla vista dell’arma, la voce della donna si tramutò in un unico e vibrante fischio, tanto potente che persino Malachia si voltò a fissare il vuoto là dove lo spirito si disperava.

«Per la miseria, ora capisco perché Morte ha avuto un esaurimento» bofonchiò tra sé. Poi attese nella speranza che la donna si placasse.

Speranza vana, poiché il grido pareva incessante. E in effetti lo era, dato che ora Pomezia non aveva più bisogno di prendere fiato. Un’unica catena di suoni e parole ultraterreni uscivano dalla sua bocca, e tra queste forse i più attenti avrebbero colto termini come «aiuto», «topo» e «Malachia», ma lo avrebbero fatto sacrificando i timpani.

Non che il Tristo Roditore rischiasse di perdere l’udito, ma la pazienza un po’ sì.

«Signora, io non sono un topo» dichiarò deciso togliendosi il cappuccio.

Questa volta Malachia ne fu certo: un gelido grido di morte aveva attraversato la stanza, incrinando per un attimo anche la sua malevole fermezza. Decise di raccogliere i resti pietrificati della donna, per darle una degna sepoltura. Non che a Pomezia interessasse granché, dato che aveva ancora forti problemi ad accettare la realtà.

«Signora, senta, non ho tempo da perdere, il lavoro è raddoppiato e si sono aggiunti anche gli straordinari, quindi deve ascoltarmi.»

La prostituta non mostrò segni di cedimento. Il Tristo Roditore si decise a proseguire per la sua strada: «È difficile, lo so, ma deve accettarlo. Lei è morta e ora, se vuole riposare nella pace eterna, deve venire con me verso quella luce. Che ne dice?»

L’urlo non si placò. Il Tristo Roditore diede un’alzata di spalle.

«Io ho fatto la mia parte. Buona permanenza.»

Si voltò un’ultima volta poi sparì nella luce.

Nessuno seppe mai che ne fu di Pomezia Bansci. Ma Malachia smise di fare esperimenti in quella stanza.

Quando la morte è in vacanza

6. Il Traghettatore


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Il vecchio affondò nell’acqua viscida lo spesso bastone, per oltre la metà della sua lunghezza, e spinse, compiendo un gesto solo all’apparenza faticoso. In realtà poteva anche evitarlo: gli bastava il pensiero per governare la barca. Ma trovava rilassante la monotonia di quel movimento. E poi aveva bisogno del bastone anche per altro.

Aveva appena abbandonato l’ultimo carico e si apprestava a compiere l’ennesima traversata su quel languido tappeto d’acqua. Per consuetudine lo chiamavano fiume, ma in effetti, non avendo né foce né sorgente, la definizione gli andava stretta. La fissità delle correnti lasciava più pensare a un lago, ma anche questa era una descrizione inesatta, poiché le due sponde correvano parallele all’infinito, senza mai toccarsi. Usciva, a ben vedere, da ogni possibile definizione umana, come del resto molto di ciò che era nei Regni dell’Uno, ma ciò nonostante per i più restava il fiume Purgatorio.

O anche solo Purgatorio.

Il vecchio che governava il malconcio traghetto aveva l’aspetto trasandato di un solitario lupo di mare: la barba ispida e ingiallita dal tabacco contrastava con la pelle scura arsa da un sole perenne; gli occhi erano di ghiaccio, piccoli, infossati, persi sotto la ragnatela di capelli che gli cadevano sul volto da sotto un cappellaccio a tesa larga, ma erano occhi penetranti come pugnali, e li sentivi insinuarsi dentro, freddi e taglienti.

Del resto era per quello che l’Uno l’aveva messo su quella barca.

Gli essere umani, durante la loro storia, gli avevano affibbiato diversi nomi e svariate identità, ma per tutti lì era semplicemente il Traghettatore.

Quando il battello fu sufficientemente vicino alla sponda buia, così definiva quella di partenza, da poter distinguere i contorni dei nuovi arrivati, il vecchio scorse la figura del Tristo Roditore impegnata in una veemente discussione con una delle anime appena giunte.

«Continua a non capire, io sono il Marchese Borghezio Salieri di Castelfermana, Gran Console dell’Impero e medaglia…»

«È lei marchese che si ostina a non capire» lo interruppe il Tristo Roditore, sbuffando.

«No, figliolo, io pretendo che mi sia portato il rispetto che merito.»

«Salga sulla barca e una volta dall’altra parte riceverà ciò che merita.»

Il marchese provò a obiettare ancora, ma la possente voce del Traghettatore venne a zittire ogni brusio: «Salite, si parte.»

Formando una fila ordinata, gli spiriti s’incamminarono sul molo. I primi furono i piccoli animali, seguiti in buon ordine da tutti quadrupedi; gli uccelli, sebbene potessero attraversare in volo, si appollaiarono a prua; i bipedi si mostrarono i più titubanti; gli uomini, come sempre, chiusero la fila. Ultimo il marchese Borghezio, che non si dava pace per quello squallido viaggio poco degno del suo rango.

Nel frattempo il Traghettatore era sceso a sgranchirsi le giunture e a controllare i fogli di consegna. «Ehi, vecchio mio, sembri a pezzi» disse dando un’incoraggiante pacca sulla spalla al Tristo Roditore.

«Mi stanno facendo impazzire! Ce ne fosse uno con cui non devo discutere: tra scene isteriche, rifiuto della realtà, assurde pretese di benevolenza e straordinari, sto per perdere il senso della misura. Fra poco anch’io avrò bisogno d’una vacanza.»

«Vieni, fai un giro in barca, vedrai, svagarti un po’ ti farà bene.»

Il Tristo Roditore pensò alla montagna di anime che ancora doveva recuperare, ma con un’alzata di spalle salì sul battello e si portò a poppa dove il Traghettatore lo raggiunse. Con un paio di spinte furono in mezzo ai flutti, la costa già lontana e persa in una vaga bruma.

«Mi scusi, capitano, mi scusi» la voce del marchese tornò a farsi sentire.

Il Tristo Roditore crollò il capo, mentre il Traghettatore non parve perdere la sua serenità, limitandosi a dare un’occhiata più profonda al fastidioso passeggero. Poi, quando gli fu a tiro, lo gettò in acqua con un colpo di bastone.

Tra lo sgomento degli altri spiriti la risata del Tristo Roditore spiccò cristallina. «E adesso, lo lasci lì?» chiese vedendo il marchese annaspare nelle acque viscose.

«Certo, deve purgare. Se lo merita, arriverà dall’altra parte a nuoto, altrimenti finirà… sotto!»

«Dunque sei tu che fai il lavoro sporco. Non lo sapevo.»

«Perché con gli animali non serve. È da quando ci sono qui loro che l’Uno mi ha chiesto d’occuparmene» e con noncuranza spinse fuoribordo lo spirito di un corpulento mercante.

«Già, gli uomini non fanno che creare guai. Avevo sempre invidiato Morte, pensavo che avesse poco lavoro rispetto a quello che faccio io… o che fanno gli altri. Ma ora che li ho conosciuti da vicino…»

«Con loro l’Uno s’è superato, non si può negare, ma…»

«Il libero arbitrio è pura follia. Tu lo sai che mi cambiano le liste dei prelievi? Quel loro maledetto libero arbitro influenza le Trame del Destino e mi ritrovo straordinari da fare in continuazione.»

«Lo so bene, quelle liste arrivano anche a me» commentò il Traghettatore spingendo in acqua un’altra anima.

«Ma sono io che devo saltare a destra e a manca per recuperarli. Quando si lasciano recuperare. Alcuni mi tocca lasciarli lì, non so che altro fare. Perché poi ho sempre il mio lavoro, chi ci pensa ai roditori altrimenti?»

«Brutto affare» commentò il Traghettatore scaracchiando nel fiume. «Ma Morte quando torna?»

«Presto spero, non so quanto ancora posso reggere questo ritmo. Se va avanti così prima o poi rischio di saltare un ritiro.»

«Questo non deve accadere, senza di voi non ci sarebbe il distacco» disse il vecchio senza nascondere la sua preoccupazione.

«Lo so, lo so…»

«Forse dovresti parlargliene.»

«Forse…» Il Tristo Roditore fissò pensieroso l’anima d’un vagabondo che per abitudine, durante il distacco, aveva cercato di catturarlo e farne la sua cena. «Quello lo tieni?»

«Pensavo. Ma se ti fa piacere» disse sollevandolo con il bastone e lanciandolo vicino alla sponda bianca.

«Il tuo sì che è un bel lavoro» concluse il Tristo Roditore.

Quando la morte è in vacanza

7. I piccioni


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Infilò la mano nel sacchetto e lanciò l’ennesima manciata tra i ciottoli del selciato. Subito lo sciame di uccelli si precipitò sulle ghiotte molliche, formando ammucchiate confuse e sgraziate, dalle quali solo i più caparbi uscivano con un ricco bottino.

In tutto quel tempo Morte aveva imparato a riconoscerli. Il più determinato era un maschio paffuto dalla testa blu screziata di grigio, e con gli occhi rossi più fissi del normale. Lo aveva chiamato Vendetta, perché se qualcuno osava prendergli le briciole più grosse gli picchiettava sul cranio finché non mollava la presa. Sospettava fosse il capobranco, ammesso che i piccioni ne avessero uno.

La sua preferita però era Agonia, una giovane femmina rachitica che se ne stava sempre in disparte, in attesa che uno tra i suoi compagni perdesse qualche briciola, generalmente dopo i colpi inferti da Vendetta. Un destino che le rammentava il proprio, sempre in attesa delle avversità altrui.

Aveva riflettuto parecchio sul suo ruolo nelle Trame del Destino, durante quelle lunghe giornate passate a lanciare pane ai pennuti, e pensava d’aver compreso la vera fonte del suo malessere, sempre che potesse definirsi tale. Il problema non era lo stregone, e neppure quei disgraziati umani.

Il problema era lei.

Infilò la mano nel sacchetto che, arrivando dalle cucine dell’Uno, possedeva una scorta infinita di briciole, ed elargì l’ennesima abbondante manciata.

Ne seguì un’altra, proveniente però da un sacchetto diverso dal suo.

Morte gettò uno sguardo alla sua sinistra: un vecchio dall’aria umile, ma dignitosa, era seduto sugli stessi gradini, poco più in là. Il suo corpo era rotolato ai piedi della scalinata, per un infarto.

«Posso finire di dargli da mangiare?» le chiese educatamente, facendo un cenno verso i piccioni.

Se non fosse stato impossibile, Morte sarebbe apparsa in lieve imbarazzo: «Oh, beh, sì… faccia. Non sono qui per lei.»

«Ah no?»

«No, sono in… pausa.»

Il vecchio sorrise. «Mi prende in giro? Allora perché sono morto?»

«Non lo chieda a me, non sono io a decidere.»

«E chi allora?»

«C’è un gruppetto di arzille signore che tesse destini da un’eternità.»

«Adesso sì che mi sta prendendo in giro» affermò sicuro l’uomo.

«Le sembro il tipo?»

Il vecchio diede una scrollata di spalle e lanciò una manciata di briciole. Le sue, ovviamente, non arrivavano a toccare terra.

Morte si soffermò a studiarne i gesti: una serenità disarmante traspariva da quei movimenti, soprattutto dal suo viso.

«Non ha paura?» gli chiese in un moto di genuina curiosità.

«Di cosa, di lei?»

«Beh… sì.»

«Perché dovrei? Vederla qui, anzi, mi dà conforto. Ora ho la certezza che non tutto ha fine con il mio corpo.»

Morte ebbe la sensazione di non aver mai riflettuto su quello: in effetti per loro nulla di ciò che li attendeva nei Regni dell’Uno era scontato.

«Eppure quasi tutti al mio cospetto si disperano.»

«Perché sentono di avere ancora uno scopo in vita e non la vogliono lasciare.»

«Lei non ce l’ha questo… scopo?»

«Ciò che desideravo l’ho avuto, e alla mia età non restava altro da chiedere, se non un po’ di ristoro dai reumatismi. E ora ho ottenuto anche quello!»

Morte rifletté su quelle parole. Credeva di sapere cosa fosse uno scopo; il suo, ad esempio, era accompagnare le anime dei morti verso l’Aldilà. Ma quell’uomo ne parlava come fosse un oggetto mitologico.

«Non capisco. Allora perché a lamentarsi di più sono le persone con i lavori più gratificanti, più importanti?»

Il vecchio scoppiò in una risata sincera, che poi trattene per paura di averla offesa.

«Ma un lavoro raramente è uno scopo, così come l’ho inteso. Noi non siamo piccioni, non ci basta mangiare briciole per volare» e accompagnò le parole con un nuovo lancio d’inconsistenti molliche.

Morte lo osservò senza comprendere e per quanto il suo volto fosse inintelligibile il vecchio dovette percepire la sua difficoltà e aggiunse: «Agli uomini non basta sopravvivere per sentirsi vivi. Non è di te che hanno paura, ma di ciò che rappresenti.»

«La loro fine.»

«No, il loro fallimento.»

Finalmente cominciava a capire. In fondo anche lei sentiva il peso del fallimento incomberle addosso, come se tutto quello non fosse più sufficiente. Aspettare all’ombra con la falce in mano, pronunciare frasi di rito, accompagnarli verso la luce: c’era un vuoto in tutto quello che la stava consumando, inaridendo, trasformandola in nulla più d’un concetto astratto. O forse stava iniziando a empatizzare troppo con gli umani.

Lanciò un’altra manciata di briciole divine ai suoi amici pennuti. Agonia, colta da un impeto d’orgoglio, si gettò sul boccone più grosso e volò via senza lasciare il tempo a Vendetta e gli altri di soffiarle la preda.

«Ora possiamo andare.»

Girò la testa verso il vecchio, che si era alzato in piedi e l’attendeva.

«Gliel’ho già detto, non sono qui per lei.»

«Allora cosa dovrei fare?»

Morte condivise lo spaesamento dell’uomo. Dov’era il suo sostituto? Avrebbe dovuto essere lì da un pezzo per non compromettere il distacco. Poi le venne un dubbio e cercò il corpo dell’anziano. Un capannello di persone gli si era fatto intorno e un giovane sembrava impegnato nel tentativo di salvargli la vita.

«Forse non è ancora il suo momento» gli disse portando la sua attenzione sulla scena.

«Oh, questa non me l’aspettavo. Mi toccherà sopportare ancora un po’ i reumatismi» commentò tornando verso il suo involucro terreno. «Grazie della chiacchierata e arrivederci.»

«Grazie a lei» ricambiò Morte cercando un sorriso.

Riprese con inalterato entusiasmo a sfamare i piccioni, mentre dentro le cresceva insistente un tarlo. L’apparizione del Tristo Roditore cancellò ogni pensiero: aveva un’espressione stravolta dipinta sul muso inespressivo. Mutò in terrore quando nel mondo dei vivi il vecchio si mise a sedere tra gli applausi degli astanti.

«Ti prego, ritorna» la supplicò.

Quando la morte è in vacanza

8. L’assassino


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L’Uno appoggiò i gomiti sull’immensa scrivania, congiungendo le mani come in preghiera, avvicinò le dita alla bocca e chiuse gli occhi, in un gesto di profonda meditazione.

Morte si accese una sigaretta, sebbene sapesse quanto quel vizio lo infastidisse.

«Non posso» disse l’Uno, scuotendo lievemente la testa.

«Non può neppure permettersi di perdere altri distacchi, Signore» replicò Morte.

L’Uno si alzò e, con lo sguardo fisso a terra, cominciò a percorrere il perimetro della stanza, tra volute di fumo che perdevano consistenza al suo passaggio. Pareva un imputato in attesa di giudizio.

«Una sola volta, Signore, non mi pare una richiesta eccessiva» insistette Morte, con la sicurezza di chi aveva il coltello dalla parte del manico.

In realtà all’Uno sarebbe bastato uno schiocco di dita e un po’ di pirotecnico fuoco divino per imporre il proprio volere alla sua creatura, ma democrazia e condivisione erano due capisaldi del suo pensiero.

«Saremmo costretti a ritessere la Trama.»

«Le nonnine sono veloci a sferruzzare» rispose, con una tracotanza che neppure lei pensava di avere. «E poi non è così diverso da ciò che facciamo ogni volta che sono gli uomini ad interferire con il Destino.»

«È diverso…»

«In che misura?»

Effettivamente non lo era poi molto, ma l’Uno provava un certo fastidio ad ammetterlo. Forse perché implicitamente era come riconoscere che in Morte c’era più umanità di quanta lui stesso ne avesse prevista.

«E hai già pensato con chi utilizzarla?» disse, cercando di cambiare tattica.

«Sto valutando alcune opzioni…»

«Alcune? E secondo quale criterio ne prediligerai uno per condannare gli altri?»

«Il tempo passa, Signore, non penso sia il caso di sprecarlo in giochetti.»

«Il tempo è relativo.»

«Ultimamente anche la morte» rispose lei sbuffando cerchi di fumo dalla geometria perfetta.

L’Uno tornò dietro la scrivania e affondò le mani nella morbidezza della poltrona. Aveva lo sguardo di chi si trova senza alternative, ma non voleva cedere.

«Perché?»

«Perché… cosa, Signore?»

«Perché stai pretendendo questo?»

Morte credette d’intuire i dubbi del suo creatore. «Non è per il potere, se è quello che teme.»

«Non lo temo.»

«E allora di cosa ha paura?»

L’Uno guardò Morte nelle orbite vuote, così incredibilmente espressive.

«Temo che potrebbe piacerti.»

 

 

Plelio Allietante poggiò le spalle al muro e riprese fiato. La guardia aveva perso le sue tracce parecchi isolati prima, ma lui aveva continuato a correre, spinto soprattutto dalla paura. Ricordava alcune leggende che raccontavano di chierici oscuri capaci di risvegliare i morti, ma erano storie di tempi remoti e comunque erano morti che tornavano in vita, non vivi che si rifiutavano di morire.

Quale sortilegio poteva aver colpito due persone così diverse? La sua mente brillante cominciò a generare in fretta alcune teorie e per dimostrarne una estrasse lo stiletto di riserva dallo stivale e si avvicinò a un ubriaco che ronfava sul retro di una locanda. Gli conficcò la lama nella gola e dalla ferita non uscì una sola stilla di sangue. L’uomo si limitò a gorgogliare un insulto, per poi voltarsi sul fianco opposto.

Colto da folle intuizione, Plelio si piantò quella stessa lama nel fegato. Il dolore fu lancinante, salì dal fianco per fulminargli il cervello come la puntura di mille vespe. Ma quando quell’orribile sensazione di nausea cerebrale si placò, poté verificare come solo un leggero rivolo di sangue bagnava la sua ferita, in realtà poco più d’un graffio.

L’iniziale euforia per l’incredibile scoperta fu subito soffocata da una constatazione molto più materialistica: se davvero erano diventati tutti immortali, come avrebbe tirato a campare?

Si accasciò sul selciato e punzecchiò a morte l’ubriaco ancora due o tre volte, mentre cercava di riordinare le idee. Quello lo scacciò come fosse una mosca.

Decise allora di affrontare il problema come sempre quando pareva non esserci via d’uscita: entrò nella locanda e ordinò una pinta di birra.

«Che succede amico, sembri uno che ha visto la morte in faccia» lo apostrofò l’oste, che per contratto era obbligato a incentivare gli sfoghi degli avventori.

«Magari. Ma da stasera la morte non è più di questo mondo.»

L’oste lo fissò con occhi vuoti: non aveva capito una parola, ma la sua parte l’aveva fatta. Si limitò a fare spallucce e a servirgli l’ordinazione.

«Cosa intendi?» approfondì invece l’uomo seduto al suo fianco.

Era un tipo buffo, pesantemente strabico e con un’aria spelacchiata e raffazzonata che dava alla sua faccia l’aspetto d’un cencio strizzato.

«Intendo che da oggi siamo disoccupati» rispose Plelio, che guardandolo aveva deciso fosse un beccamorto.

«Impossibile! E perché?» rispose quello, con un ghigno da assassino.

Plelio si scolò la birra d’un fiato. «Perché da stasera siamo tutti immortali.»

«Tutti?» l’altro non trattenne un sussulto.

«Tutti.»

«Spiegati meglio» insistette, ordinandogli una seconda pinta.

 

Quando Plelio si riprese dalla sbornia, svariate ore dopo, si ritrovò in un’angusta stanza circolare. Sembrava il sotterraneo di una torre, data la totale assenza di finestre o feritoie. Cercò di fare ordine tra i suoi ricordi: era forse stato arrestato? L’essere incatenato alle pareti poteva in effetti confermarlo.

C’era anche quel beccamorto della locanda, che forse a ben vedere era un gendarme. Ma stava recitando una qualche strana litania. Che fosse un prete?

Provò a chiederlo, ma un capogiro lo colse.

Subito dopo quello imprecò furioso: «Lo sapevo, un incantesimo sprecato!» sbottò sbattendo la porta.

Solo allora Plelio vide l’altro prigioniero incatenato vicino a lui: un vecchio forse ultracentenario, già cadavere.

Anche alla sua destra c’era qualcuno, una figura incappucciata, che si reggeva in modo lugubre a una lunga falce.

Lo sguardo di Plelio rimbalzò confuso ancora un paio di volte dal cadavere dell’unico prigioniero alla figura nell’ombra, passando per le proprie mani ora libere da catene, ma vaghe come nebbia.

«Tu…» balbettò infine.

Morte annuì.

«Io?» chiese, indicando il corpo del vecchio.

Morte annuì nuovamente.

«Ma non eri…»

«Una piccola vacanza» confermò mostrandogli la luce.

Quando la morte è in vacanza

Epilogo


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È inverno.

Non c’è altro da sapere.

Dove ci troviamo, in che epoca, in quale frammento del continuum spaziotemporale, è assolutamente irrilevante. Così come non importa il nome di queste terre, se esse siano governate da uno spietato dittatore o da una lungimirante democrazia, oppure abbandonate a loro stesse.

Immaginatele come preferite poiché, qualunque forma deciderete, essa sarà parte del tutto voluto dall’Uno. E come tale in essa Morte avrà perenne giurisdizione.

Solo questo è essenziale: un freddo, crudele e bianco inverno.

Sulla strada la neve si è accumulata abbondante sin dalle prime ore della notte e ora, in questa mattina ancora orrendamente buia, forma un tappeto uniforme quasi impossibile da attraversare. Eppure alcune orme macchiano l’immacolato manto, piccole, ravvicinate, in alcuni punti deformate da scivoloni e dalle forme più ampie e irregolari d’improvvise cadute.

Seguendo queste vistose tracce sarebbe facile per chiunque scovarne l’origine, ma nessuno in questo momento attraversa la piazza, così come nessuno probabilmente l’attraverserà nelle prossime ore.

È una tempesta di neve davvero furibonda.

Eppure queste orme sono qui, sebbene ancora per poco, poiché la loro proprietaria, come ogni mattina, ha intrapreso il lungo cammino che la porta dalla sua povera casa di periferia a questa piazza ai bordi del ricco centro città.

Al suo risveglio, vista l’imponente nevicata, avrebbe volentieri evitato di presenziare a quest’angolo trafficato, ben presagendo che pochi si sarebbero avventurati fuori casa, ma suo padre è stato dell’avviso contrario, e pur di evitare il bastone lei ha ubbidito.

Non ha neppure dieci anni, ma già da tre, alle prime avvisaglie di freddo, si posiziona su questa piazza per vendere piccole scatole di fiammiferi. Sono oggetti preziosi, che lei stessa fabbrica con le sue mani durante i mesi più caldi, e che i ricchi mostrano di gradire. Raramente infatti torna con la saccoccia vuota, e ciò è una benedizione poiché è l’unica in famiglia a portare a casa il denaro necessario a pagare l’affitto e a comprare il pane.

Motivo per cui il padre, che col proprio misero stipendio si paga appena le pinte di birra alla taverna, non le fa saltare un giorno, che sia sana o malata, col sole, col vento o con la neve. Ma oggi, in tutta onestà, sarebbe stato più saggio tenerla a casa.

Perché ora la povera bambina, seduta su un gelido mucchio di neve, si stringe nei miseri stracci con cui si è coperta, anch’essi velati da una spessa coltre bianca, e batte i denti incapace di controllarsi. Eppure tende la mano con la scatola di cerini verso inesistenti clienti, mentre il sangue ormai rallenta nel suo esile corpo.

Insomma, non è certo nulla di nuovo ciò cui stiamo assistendo, la sorte crudele che troppo spesso colpisce gli ultimi, in qualunque frammento del continuum spaziotemporale. Non ci sorprende, quindi, che Morte sia nascosta in un angolo buio della piazza, in attesa che la Trama si compia e che il Destino della bimba volga al termine.

«Sapevo che mi stavi aspettando» dice tranquilla la bambina, quando infine appare al suo cospetto.

«Lo so» conferma Morte. «Ma non per il motivo che credi ti attendevo.»

«Per cos’altro, allora?»

«Per restituirti ciò che ti hanno tolto. Torna indietro e sarà come se non ti avessi incontrato.»

La bambina pare disorientata. «Indietro dove?»

«Alla vita.»

«Quale vita? Non posso sopravvivere a questa tormenta.»

«Lo farai, perché oggi io non tornerò a prenderti» risponde serafica Morte.

«Se non morirò oggi, lo farò domani.»

Morte si china per portare il suo scheletrico volto all’altezza della bimba. «Oggi ho scelto di cambiare il tuo Destino. Se farai lo stesso, non ci incontreremo più per molti anni ancora.»

La bambina sembra titubante, forse vorrebbe chiederle come fare, ma comprende da sola che deve trovare quella risposta dentro di sé.

«La libertà è libero arbitrio, ma non c’è libero arbitrio senza libertà» la saluta Morte mentre riprende possesso del suo corpo.

La bambina è scossa da un fremito e la neve che copre i suoi abiti cade al suolo. È stato un sogno bizzarro, inquietante ma rassicurante allo stesso tempo.

Comprende quanto inutile e pericoloso sia restare in quella piazza. Si avvolge meglio nei suoi stracci e si avvia. Per la prima volta si dirige verso il centro città lungo una nuova strada.

Morte, dal suo angolo buio, la osserva allontanarsi, annuendo a ogni singolo e debole passo.

«Come ti senti?» le chiede il Tristo Roditore, sul luogo per raccogliere diversi topi vinti dalla rigidità di quella notte.

«Completa» risponde Morte riprendendo in mano la falce.

«E adesso?»

«Temo avesse ragione, potrei farci l’abitudine.» Si affianca al collega e insieme si dirigono verso la luce. «Mi hanno detto che, nonostante tutto, non te la sei cavata poi così male. Se avrò bisogno d’aiuto adesso so a chi chiedere.»

Il Tristo Roditore dà un’alzata di spalle.

«Se serve a non farti andare più in vacanza» sospira sparendo nello splendore ultraterreno.



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Hai molti modi per navigare tra le storie di Eudopia: il primo è naturalmente tornare alle mappe del mondo nella Home scegliere quella che più ti ispira.
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Ma puoi anche navigare mentre leggi, ti basta cliccare sulle parole sottolineate di giallo per aprire nuove storie, collegate alla linea narrativa che stai seguendo. Eudopia, infatti, è un vasto mondo sempre in espansione, con personaggi e luoghi ricorrenti. Oppure puoi guardare qui su e accettare i miei consigli, cliccando sui titoli delle storie che di volta in volta ti suggerirò. Ricorda che i racconti più lunghi possone essere divisi in capitoli. Nella parte bassa dello schermo troverai sempre un menù per navigarli simile a questo:pagination Se sei un nottambulo e preferisci una lettura riposa-vista, clicca su questo simbolo nella barra-menù in alto per oscurare lo schermo. E se la storia ti è piaciuta non dimenticare di lasciare un tuo commento qui sotto Bene, ora sai tutto quello che ti serve per viaggiare in Eudopia.
Buon divertimento!

ux il bardo