Il polpettone della bibliotecaria

Prologo


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Nascosta nel suo angolo buio, la sigaretta stretta tra i denti, osservava i due uomini impegnati in una falsa e ossequiosa discussione. Quello basso, con il grembiule unto legato alla vita e i capelli ancora più unti incollati alla fronte, sembrava però sul punto di cedere: il nervosismo si era condensato in sudore e ora gli imperlava vistosamente la fronte.

«Weelbo, non prendertela, non è una questione personale.» Anche il suo interlocutore aveva notato l’ansia dell’oste.

«Non lo sarà per te, ma lo è per il tuo capo» protestò Weelbo.

«Senti, se è di un segno della mia buona fede che hai bisogno, eccoti accontentato» e si mise seduto a uno dei tavoli, tutti vuoti a quell’ora della notte.

Anche lei fece lo stesso: evidentemente era arrivata con un leggero anticipo.

«Vuoi mangiare? Adesso?» balbettò l’oste.

«Portami quello che hai, qualche avanzo. Ho cenato lungo la strada, ma il viaggio è stato lungo e sono abituato ad altro» rispose l’uomo, carezzandosi d’istinto il ventre teso.

Weelbo sparì in cucina e cominciò a far cozzare pentole e stoviglie, letteralmente: non aveva alcuna voglia di cucinare per quel bastardo e dato che aveva chiesto avanzi, avanzi avrebbe ricevuto. «Ho mezzo tacchino, può andare?» chiese raccogliendo in realtà le frattaglie rimaste nei piatti quella sera.

«È perfetto!»

«Te le scaldo» gridò prima di affacciarsi dalla cucina. «Però tu smettila con i giri di parole e vieni al sodo.»

«E va bene, Weelbo, sarò brutale: il capo vuole i suoi soldi.»

Ora l’oste aveva iniziato a gocciolare, e non per il calore proveniente dalle braci, ormai spente. «Li ho dati a quell’altro tizio, lo sfregiato.»

«Chi, Guance di seta? Non s’è più visto da quando è venuto qui a riscuotere.»

«Allora sarà scappato lui con i soldi» ribatté prontamente, mescolando frammenti di carne nel tentativo di far loro accumulare un briciolo di calore.

«Senti, Weelbo, io sono un tipo schietto, lo avrai capito, e prima voglio dirti la mia. Sai perché abbiamo scelto questo posto? Non certo per la pulizia del locale» e sottolineò le parole passando un dito sul tavolo e scalfendo lo strato di grasso e briciole che lo ricopriva. «Lo abbiamo scelto perché è un locale losco frequentato da gente losca, e non c’è modo migliore per nascondere del grano che infilarlo in un granaio. Però, vedi… che ci sia Weelbo il Monco o un altro dietro a quel bancone, per il mio capo è lo stesso. L’importante è che i soldi attraversino il confine. Tutti.»

Mentre l’uomo parlava, l’oste s’era dato un gran daffare per impiattare con dovizia la cena, cospargendo i resti del povero pennuto con una speciale salsa bruna dalla consistenza appiccicosa.

«Ecco a te» disse, con un grande e faticoso sorriso stampato sulla faccia.

L’uomo guardò l’oste dritto negli occhi: «Mi hai capito?»

«Certo! Però adesso mangia, che il fuoco era spento e mi son dovuto arrangiare con le braci, non l’ho scaldato granché.»

Quello abbassò lo sguardo sul piatto: «E questo sarebbe tacchino?» chiese dubbioso, infilandone comunque una generosa manciata in bocca. «Non fosse per la salsa, saprebbe di topo.»

«La faccio io, è una mia ricetta segreta» rispose Weelbo, asciugandosi il sudore dalla fronte, ora più distesa.

«Sai cosa penso?» continuò quello riempiendosi ancora la bocca. «Che avresti fatto bene a vendere questo posto e sparire, perché quando fai il doppio gioco con le persone sbagliate la partita può finire in un solo modo.»

«Che modo?» domandò Weelbo con una punta di sarcasmo.

Il suo ospite non sembrò apprezzare e, furtivo, si fece scivolare tra le mani una lama.

Anche per lei era giunta l’ora di rimettersi al lavoro: lasciò cadere la sigaretta, si alzò, prese la falce e tirò su il cappuccio.

Fu un attimo: l’uomo spinse il tavolo con prepotenza tirandosi in piedi, tese i muscoli e caricò il lancio del coltello che, con una precisione frutto di una pratica decennale, si sarebbe conficcato nella spalla dell’oste, poco sopra il cuore. Ma prima che il braccio potesse distendersi completamente, alcune arterie gli esplosero nel cervello.

Morte fece un passo fuori dall’ombra.

Lo spirito del sicario la salutò come facevano nove mortali su dieci: «Merda!»

«Un benvenuto a te, Gelso Scorra detto Lamasvelta» rispose Morte con una punta d’irritazione nella voce, assolutamente impercettibile a qualunque orecchio terreno. «Ora seguimi.»

«No, aspetta» protestò lo spirito, mentre osservava il suo corpo scalciare la vita con gli ultimi spasmi. «Cos’è successo?»

«Sei morto» rispose con estrema professionalità.

«Sì, ma come?»

«Un vasocostrittore ha aumentato la pressione nel tuo sistema arterioso, provocando il cedimento del già debole tessuto neurale…»

«Puoi spiegarlo anche in un modo comprensibile?» ribatté il sicario, che in quanto tale si trovava incredibilmente a suo agio con Morte.

«Sei stato avvelenato.»

«Vuoi dire che quel piccolo ratto…»

«Sì. E adesso, se non ti dispiace, andiamo, qui non c’è altro per te, mentre io ho molto lavoro che mi attende.»

Ma lo spirito sembrava incapace di distogliere lo sguardo dall’oste, che con estrema fatica stava spostando il cadavere sopra una tovaglia, che poi avrebbe utilizzato per trascinarlo fuori più facilmente.

«Per Babuz, quanto pesi!» imprecò Weelbo. «Mi sa che devo seguire il tuo consiglio e vendere tutto, che se il Banchiere la prossima volta ne manda uno ancora più grosso, non so proprio come lo sposterò.»

Arrivato sul retro lasciò il corpo nel patio e recuperò una grossa accetta.

«Ehi, aspetta, che vuoi fare?» protestò il sicario come se l’altro potesse udirlo.

«Fa a pezzi il tuo corpo per trasportarlo più facilmente al fiume, dove poi lo getterà» gli spiegò Morte con il consueto distacco.

«E come lo sai?»

«Gliel’ho già visto fare. Ora possiamo andare? O vuoi restare a goderti lo spettacolo?»

Gelso Lamasvelta lanciò un ultimo sguardo alle sue spoglie mortali, poi si voltò verso la luce, un attimo prima che l’oste gli staccasse un braccio con un colpo deciso.

Il polpettone della bibliotecaria

1. La biblioteca dei disoccupati


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La Sala dei Maestri non gli era mai apparsa così piccola. Di tutta la Grande Biblioteca era la sua stanza preferita, dove venivano conservate le raccolte di miniature dei maestri amanuensi dell'Età Imperiale, opere d'arte dal valore inestimabile, che pochi avevano avuto l'onore di ammirare dal vivo. E lui era tra quei pochi. Spesso, quando ormai i cancelli erano chiusi e le ombre scivolate sulla città, prima di dare la buonanotte ai libri e uscire sul retro, si fermava a sfogliare uno dei lavori dei Maestri, e sognava attraverso le immagini tratteggiate dalle loro mani sicure, osservava il riflesso di mondi lontani e irraggiungibili per un semplice bibliotecario.

Ora, tutto questo sarebbe finito, tutte le avventure tra quelle pagine polverose sarebbero rimaste sepolte nel suo passato, mentre il futuro era diventato improvvisamente una pagina bianca. E lui provava orrore per le pagine bianche.

Come se non bastasse, Leodina ancora non usciva da quel maledetto ufficio.

Percorse ancora il perimetro della sala, a grandi falcate. Sarà stata ormai la centesima volta. Finalmente giunse un'eco di passi: sembravano guidati dall'ansia. Quando Leodina apparve sulla soglia non ebbe bisogno di altre conferme. Una furia primordiale lo colse e, ignorando le implorazioni della donna, si precipitò in Direzione. La porta sbatté come un tuono: «Che bisogno c'era di licenziare anche lei?»

L'uomo dietro la scrivania sospirò tensione, torturando il ciuffo di capelli stopposi che gli cresceva sopra le orecchie: «Ho licenziato anche Polidoro, ma lui non…»

«E davvero credi di riuscire a mandare avanti questo posto da solo con due ragazzine inesperte?»

Il direttore sentì la tensione di quei giorni pesargli sullo stomaco fino a incrinargli qualcosa dentro. Anche lui non riuscì più a trattenersi: «Mandare avanti cosa? Dimmelo, Terno, cosa? Quando movimentiamo dieci libri in una settimana facciamo salti di gioia!» vomitò con esasperazione. «Leggere non interessa più a nessuno… nessuno. Lo sai anche tu quanti tesserati abbiamo avuto quest'anno, con quei soldi non ci paghiamo neanche le candele.»

Terno sentì la rabbia sciogliersi in sconforto: «Ma questa è la più grande biblioteca d'Occidente, un luogo di cultura, d’arte, di memoria, non puoi…»

«Il Governo ci ha tagliato i fondi.»

Quelle parole attraversarono l'ufficio come una raffica di vento invernale.

«Di… di quanto?» balbettò Terno.

«Più della metà» rispose l'altro, incapace di guardarlo negli occhi. «Ho già chiesto a tutti quelli che conosco, non esistono possibilità che vengano ripristinati in futuro. Te l'ho detto, a nessuno interessa più leggere.»

Terno si era seduto, improvvisamente consapevole della stanchezza estrema che gravava sulle sue non più giovani spalle. Si passò una mano sul viso, mentre riflessioni egoistiche lo sconvolgevano: «Da quanti anni ci conosciamo, Mercanzio?»

«Quasi venti.»

«E dove ci siamo conosciuti?»

«Qui…»

«Io ci lavoravo già da cinque anni, Leodina da quattro. Anche noi due ci siamo incontrati qui. E sposati qui.»

«Ricordo, ero già arrivato.»

Terno cercò gli occhi del suo superiore e amico, ma questi sembravano non volersi alzare dal piano rugoso della scrivania. «Questo posto è tutta la nostra vita, non puoi mandarci via. Abbiamo bisogno di lui, e lui di noi. Gavina e Deliana sono brave ragazze ma non hanno l'esperienza per…»

«Non continuare oltre, Terno, ti prego» lo interruppe il direttore.

«Ho il diritto di sapere.»

L'uomo dietro la scrivania scosse la testa, vinto dalla frustrazione. «E va bene. Ho licenziato voi perché il vostro stipendio è troppo alto, non ce lo possiamo permettere. Quelle due ragazze prendono la metà di voi e sono l'unico motivo per cui qualcuno entra ancora qui. Sicuramente non l'avrai notato ma i nostri ospiti passano più tempo a guardare le tette di Deliana che le pagine dei libri. E chiedono sempre qualche copia dagli scaffali alti solo per sbirciare il culo di Gavina da sotto la gonna mentre lei sale la scala.»

Terno aprì la bocca, ma ingoiò le parole.

«Tu non puoi immaginare quanto mi dispiaccia, ma il mio compito è salvaguardare questo luogo, far sì che sopravviva a tutti noi, a qualunque costo.»

Il vecchio bibliotecario si alzò, evitando così al direttore lo sforzo di trovare altre frasi fatte utili alla situazione e, senza aggiungere altro, uscì.

Fuori lo accolse il viso tondo di sua moglie, che per la seconda volta in vita sua vedeva rigato di lacrime.

«Andiamo, amore» le disse prendendola a braccetto «Qui non c'è più bisogno di noi.»

Per l'ultima volta i loro passi echeggiarono all'unisono tra le colonne d'oro dell'atrio, trai i busti dei sommi poeti della Rinascita, tra gli alti scaffali della narrativa valdaziana. Nessuno venne a salutarli; Polidoro se n'era già andato sbattendo la porta, Deliana era corsa dal direttore per ricevere le nuove disposizioni, Gavina era in cima a una scala, alla ricerca di un libro con la copertina blu per un giovane assetato di cultura.

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2. Non è un lavoro per vecchi


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Uscì dalla bottega senza voltarsi, esasperato da parole che volevano essere di conforto ma che udite per l’ennesima volta suonavano canzonatorie.

Fece girare lo sguardo lungo la strada: gli rimaneva un tentativo con l’usbergaio. Lo aveva lasciato ultimo per un puro caso, nonostante fosse uno degli artigiani il cui lavoro più lo impressionava: era ammirevole la capacità con cui trasformava il metallo in vesti elastiche e resistenti. Nonostante la pace avesse cancellato la memoria dei sanguinosi conflitti di cui il passato si era macchiato, le cotte di maglia restavano un’armatura molto apprezzata dai tanti appassionati, e usata con soddisfazione da tutte le forze dell’ordine. Per questo l’usbergaio aveva sempre un gran daffare.

Quando Terno entrò timidamente nella bottega, stava lavorando con maestria quasi sovrumana i piccoli anelli con cui poi avrebbe intessuto le sue creazioni.

«Buonasera messere, in cosa posso servirla?»

Era successo anche nelle altre otto botteghe: un uomo di mezza età, in abiti eleganti e dal portamento colto e raffinato, non poteva che essere un cliente. Anche per questo la sua richiesta generava immancabile imbarazzo: «Buonasera a lei, Maestro. Sto cercando un lavoro e mi domandavo se non avesse un impiego che un bibliotecario caduto in disgrazia potesse svolgere con soddisfazione di entrambi.»

L’anello scivolò dalle pinze dell’artigiano, cadendo con un allegro tintinnio e rendendo la situazione ancor più surreale. «Quanti anni ha?» fu la domanda successiva.

Gli era già chiaro dove sarebbe sfociato il colloquio, ma rispose ugualmente con cortesia: «Quarantadue.»

L’artigiano, probabilmente, ne aveva pochi meno.

«Vede, questo mestiere s’impara da giovani, quando le mani sono ferme e forti, ma solo dopo anni di esercizio si può tessere la prima cotta. Mi farebbe piacere trovare un apprendista volenteroso, i giovani d’oggi son fatti d’altra pasta, ma per un uomo della sua età…»

«Non pretendo tanto» intervenne Terno. «Magari qualcosa come garzone, o dove possa servire leggere e scrivere.»

«Un garzone ce l’ho, e lo pago già molto poco. Per le tasse, poi, c’è il contabile della corporazione.»

«Certo, capisco. Ci ho provato. Ripasserò tra qualche tempo, nel caso venisse a conoscenza di un’opportunità.»

«Spargerò la voce tra i miei clienti» disse l’artigiano quando Terno ormai gli aveva voltato le spalle.

Chissà, forse, se anche solo la metà di coloro che si erano detti pronti ad aiutarlo l’avessero fatto davvero, avrebbe trovato un impiego in meno di un mese. Ma sapeva bene che il giorno successivo nessuno si sarebbe più ricordato di lui.

L’ex bibliotecario s’incamminò a ritroso lungo la strada dei mestieri, portando sulle spalle un carico di angoscia e frustrazione. Mai come in quelle lunghe giornate si era sentito tanto vecchio e inutile. Avvertiva nelle ossa ogni secondo dei suoi anni, e la consapevolezza di essere ormai un peso per sé stesso e per la società, non faceva che aggravare il fardello.

Era come essere già morti.

Si fermò sul Ponte delle Sei Contrade e affacciandosi alla balaustra accarezzò quel pensiero: sotto non scorreva un fiume ma una delle vie più trafficate di Firmiona, l’impatto con la dura pietra, però, avrebbe garantito il medesimo risultato.

In un battito di ciglia mise sulla bilancia le conseguenze. Da una parte il sapere accumulato in oltre venti anni perduto senza più speranza di condivisione. Dall’altra una vecchiaia fatta di povertà ed emarginazione evitata con la dignità della disperazione.

In fondo pareva una scelta semplice, una scelta che anche Leodina avrebbe compreso. Il pensiero della moglie, però, dissipò ogni dubbio.

Quando giunse a casa la trovò che dissimulava l’ansia dell’attesa tra i fornelli, come aveva fatto tutti i giorni nell’ultimo mese.

Lei, neppure aveva iniziato quella vana ricerca.

Terno si fermò sulla porta e si slacciò lentamente gli stivali, illudendosi di poter procrastinare il momento del confronto. Ma Leodina gli si fece incontro guardandolo con occhi che supplicavano buone notizie.

Lui scosse la testa, senza il coraggio di guardarla. Lei tornò silenziosamente in cucina.

Terno restò nella penombra a osservare i gesti lenti e misurati della moglie mentre, con una sapienza data da anni d’esperienza e saggi consigli, tagliava fette da una polposa coscia d’agnello. Quella era l’ultima carne che si sarebbero potuti permettere da lì a molto tempo. Forse era l’ultima e basta. Leodina era brava a preparare l’agnello e ne teneva sempre per le occasioni speciali. Quella, in effetti, poteva considerarsi tale, anche se non c’era di che festeggiare.

Entrò in cucina, guidato dal ritmo frenetico del coltello sul tagliere, che ora sminuzzava con rapida precisione le erbe aromatiche da accompagnare alla carne. Alcune ricette le aveva ereditate dalla madre, molte invece venivano dalla biblioteca. Quella, lo ricordava bene, era appuntata a margine di una copia stampata a pressa del “Manuale bellico montano”: era stato lui a trovarla e a ricopiargliela sul suo personale ricettario.

«Partiamo.»

La voce della moglie lo sorprese, più per il tono che per la parola pronunciata. La sua non era una domanda.

«Vendiamo casa, compriamo un carro, carichiamo le nostre cose e partiamo.»

Era la frase più lunga che avesse detto nell’ultimo mese: Leodina non era di molte parole, ma tutte quelle che uscivano dalla sua bocca erano soppesate al milligrammo.

«Per andare dove?» le chiese, incerto se temere la risposta o aggrapparsi ad essa.

«Ovunque, purché la fine non ci trovi immobili ad attenderla.»

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3. La locanda dei destini incrociati


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Gambalunga cominciò a scrollare la testa in segno d’insofferenza. Così avevano chiamato il ronzino acquistato insieme al carretto, un animale robusto per l’età che aveva, ma incapace di resistere senza bere e mangiare con regolarità. Del resto neppure loro ne erano capaci; quella era la prima volta che si allontanavano più di trenta leghe da casa, la prima volta che andavano oltre confine.

Ed era proprio davanti a loro, il confine: una vecchia torre diroccata, ricordo di una gloriosa fortificazione, era tutto ciò che restava a guardia del piccolo ponte che univa l’Olluria alla Valdazia. Un tempo era stato un punto nevralgico nelle strategie di guerra, ora lo presidiavano un paio di guardie annoiate.

Terno strinse la mano a Leodina: quello, per loro, era molto più di un confine geopolitico, quel fiume avrebbe delimitato le loro esistenze.

In quel mentre un soldato dall’aria svogliata uscì dalla torre e, riparandosi gli occhi dal sole di mezzodì, si fece loro incontro intimando un timido alt.

Terno fermò immediatamente Gambalunga.

«Qualcosa da dichiarare?» chiese la guardia, iniziando a circumnavigare il carro.

«Dipende» rispose Terno cordialmente. «Qui abbiamo tutte le nostre cose, ci stiamo trasferendo. A lei cosa interessa sapere?»

Il soldato finì il suo giro, squadrò nuovamente la coppia con occhi annoiati e infine li congedò: «Potete andare.»

Terno lo ringraziò con un cenno del capo, ma poi lo fermò: «Scusi messere, non avrebbe una locanda nei paraggi da consigliarci?»

Il milite si grattò la testa: «Poco più a sud c’è la Punta del Coltello, o qualcosa del genere, ma non è che proprio la consiglio.»

«Cos’ha che non va?, si mangia male?»

L’uomo sembrò cercare le parole dentro un limitato vocabolario: «Ecco, più che altro non è… elegante come quelle di città. Al vostro posto di sicuro preferisco resistere fino a cena e andare verso nord. A Hipaloma ci sono molte buone osterie.»

Quasi avesse capito, Gambalunga scrollò la testa. Terno ringraziò la guardia e incitò il cavallo, che imboccò lo stretto ponte. I due coniugi attraversarono mano nella mano il confine della loro nuova vita. Poi svoltarono a sud.

La strada, nulla più di due solchi di terra battuta, qui era evidentemente più trafficata poiché le ruote del carro non affondavano nella terra, che era secca e dura come pietra: era una via di collegamento, ideale per costruire una locanda, vista anche la vicinanza al confine.

Infatti il basso edificio apparve dopo poche decine di metri, dietro una piccola ansa del fiume. Era all’apparenza una costruzione solida, come quelle di una volta, eretta con grosse pietre bianche ormai soffocate da muschi e rampicanti. Già a distanze si poteva notare l’insegna, una targa di legno che sporgeva sulla strada, sulla cui superficie era incisa una lama che ricordava più un pugnale di un coltello da cucina.

Fuori, era legata una decina di cavalli, e Terno andò sicuro a parcheggiare anche il loro carro. Lanciò una moneta all’uomo che sonnecchiava accanto alle mangiatoie: «Gli dia una razione abbondante» disse riferendosi a Gambalunga. «Abbiamo ancora molta strada da fare.»

L’uomo non mosse un muscolo più del necessario, ma la rapidità con cui afferrò al volo la moneta gli lasciò intendere che avesse compreso la richiesta.

I due coniugi si fermarono davanti alla porta della locanda: un’energia sfrigolante bruciava sotto la loro pelle, potente come forse neppure da giovani avevano mai percepito. Era l’ignoto che si espandeva nel loro futuro, nella loro vita, ora materializzato in quell’osteria di confine: tutto era talmente nuovo che persino un normale pasto pareva una grande avventura.

Ma solo quando spinsero la porta e misero piede all’interno compresero il vero significato di quelle sensazioni.

Fu l’odore a colpirli per primo, un tanfo di strutto fritto e rifritto, impastato al fumo di legno bruciato contro padelle incrostate di grasso, le quali emanavano un inqualificabile aroma di cibo. Era un odore denso, se ne potevano sentire le particelle penetrare nel naso, lo si poteva quasi toccare con la mano, ma che, tuttavia, lasciava spazio alla puzza di sudore stantio che ristagnava sui corpi degli avventori.

E proprio questi ultimi erano l’elemento che subito dopo pretendeva attenzione. Occhi infossati in orbite rabbiose, barbe incolte tranciate da orride cicatrici, capelli rasati coperti da croste nere, sopracciglia bruciate, orecchie mozzate, denti affilati come lame. E lame vere, lunghe, corte, tozze, ricurve, strette, appuntite, lucide, arrugginite, lame di tutti i tipi infilate nelle cintole, negli stivali, nelle tasche. Ma anche strette in mano e puntate verso gole tese.

Due commensali, ad esempio, erano intenti in un’accesa discussione, di sicuro non per decidere chi dovesse pagare il conto, e uno dei due stava facendo valere le proprie ragioni contro la carotide del compare.

Vicino al camino tre uomini erano impegnati in un gioco di carte piuttosto originale che prevedeva l’uso di diverse monete d’oro e lunghi coltelli conficcati sulla tavola.

Seduto al bancone, poi, stava un giovane solitario, intento ad affilare la punta a molte frecce, che teneva ordinate davanti a sé, senza però perdere d’occhio l’ingresso del locale.

Fu quando lo sguardo di Terno incontrò quello dello sconosciuto arciere, e vi lesse una totale assenza di umanità, che in cuor suo maturò la decisione di guadagnare immediatamente l’uscita.

Ma proprio in quel momento si materializzò davanti alla coppia un ometto dalla fronte untuosa e dai piccoli occhietti da piccione che, asciugandosi le mani sul grembiule lercio, disse: «Benvenuti, signori, c’è un tavolo libero per voi» e indicò un’accozzaglia di assi irregolari, tenute assieme in una vaga forma quadrata e coperte da uno spesso strato bruno di grasso solidificato.

Leodina sussultò e, nell’unico momento di totale silenzio che la locanda avesse mai vissuto, esclamò: «Non vorrai mangiare in questo porcile, vero?»

Quando gli occhi di tutti i dodici farabutti, che in quel porcile ci stavano come a casa, si volsero verso di loro, Terno ne ebbe la certezza: le sue preoccupazioni per il futuro sarebbero presto volte al termine.

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4. Il farabutto è fuori a pranzo


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L’eco delle risate andò lentamente a scemare, portato via da grida chiassose e allegre battute che stonavano con i volti di chi le pronunciava.

«Monco, lo vedi? Qualunque spaventapasseri ormai è disgustato da questo posto!» tuonò un omone con un tatuaggio sul collo.

Terno, probabilmente, avrebbe dovuto sentirsi offeso dal paragone con un fantoccio di paglia, ma era troppo concentrato sulle lame degli avventori, nella disperata speranza di riuscire ad anticipare un’aggressione.

Ma più che a lui, i bruti presenti in sala parevano interessati a canzonare l’oste, che chiamavano Monco nonostante all’apparenza avesse ogni arto al suo posto.

«Fra un po’ neppure i maiali vorranno più entrarci!» aggiunse un altro tizio tatuato. A ben guardare, in effetti, tutti avevano almeno un tatuaggio.

L’oste accolse le provocazioni con sarcasmo: «Non mi spiego allora cosa ci fai ancora qui, Melfo!» Poi si rivolse alla coppia: «Signori, non date retta a questi avanzi di galera e accomodatevi, vi porto subito pane e birra fatti in casa.»

I due coniugi si scambiarono un’occhiata rassegnata e, cercando di farsi contagiare dal clima tutt’altro che minaccioso, ma soprattutto sforzandosi di non vedere le condizioni igieniche del luogo, andarono a sedersi.

Presto l’oste li raggiunse portando in tavola due bicchieri di liquido verdognolo e un cesto di pane grigiastro. «Non lasciatevi impressionare da questa marmaglia» ribadì sedendosi di fronte a loro. «È gente di confine. Anche se ormai siamo in pace da un pezzo, nel loro sangue continua a ribollire il fuoco dei loro vecchi, per questo sembrano sempre pronti alla rissa. Ma son buoni come il pane.»

«Non come il tuo!» gridò qualcuno dal tavolo a fianco.

Il Monco ignorò il commento: «Cosa posso portarvi?»

Terno cercò gli occhi di Leodina, che però era impegnata a valutare la consistenza del pane, all’apparenza pietrificato. «Il piatto del giorno» rispose quindi poco convinto.

«Ottima scelta» esultò l’ometto alzandosi.

«Pessima scelta» ribatté qualcuno.

«Perché, ce n’è una buona?» emerse un’altra voce, tra un eco di risa.

«Non vedo l’ora di vendere questo posto, così non vedrò più i vostri brutti musi» protestò stizzito l’oste.

«Weelbo, a noi basta che assumi un buon cuoco» lo apostrofò il giovane arciere al bancone.

«Io sono un ottimo cuoco» ribadì quello con fare altezzoso, sparendo poi in cucina.

Il coro di risate si alzò ancora di più, intervallato da consigli sempre più caustici: «Fuggite finché siete in tempo!», «Avete fatto testamento?», «Non bevete, non è per bocche di città!»

Terno fissò il liquido dentro i bicchieri opachi di graffi che aveva davanti, e trovò il coraggio di chiedere, senza rivolgersi a qualcuno in particolare: «Ma cos’è?»

«E chi lo sa?» rispose il più lesto, seguito da altre risate.

Terno ebbe in quell'istante un’epifania: quel luogo, quell’osteria frequentata da rozzi uomini del volgo, era la loro prova di iniziazione alla nuova vita che li attendeva. Non potevano proseguire senza affrontarla. Così prese il boccale a due mani e trangugiò d’un fiato il liquido verde.

Dopo un frammento di stupito silenzio, gli avventori iniziarono a fare il tifo per quel buffo uomo di città, e quando il fondo del bicchiere vuoto batté sul legno, un coro di trionfo riempì il locale.

Terno si sentì vivo come non mai, anche se lievemente nauseato.

Tutto il pranzo fu un susseguirsi di prove: il pane si riusciva a mangiarlo solo immergendolo nella birra, il tacchino dovevi evitare di guardarlo negli occhi, i fagioli li sgranavi caldi direttamente dal baccello. E per quanto tutto fosse presentato in modo assurdo e dal sapore decisamente poco attraente, Terno e Leodina finirono il pasto pieni del buonumore e della speranza dati dalla condivisione.

Se il mondo fuori dalla loro biblioteca era veramente come quella locanda, spaventoso all’apparenza ma ricco di umanità in sostanza, allora forse anche per loro ci sarebbe stato un nuovo posto da occupare.

«In bocca al lupo, ragazzi» li incoraggiò l’arciere quando, due ore dopo, si alzarono per riprendere il viaggio.

Terno strinse con calore la mano al giovane: «Grazie a te Nolan.» Poteva benissimo avere l’età del figlio che non avevano mai avuto.

«Vedrete che a Dienza trovate qualcosa. Io quando ci vado un lavoretto lo porto sempre a casa.»

«Grazie anche a te, Melfo, davvero» lo salutò mentre si dirigevano verso l’uscita.

Altre voci si aggiunsero a quelle, parole di uomini duri colpiti dalla loro storia di così ordinaria sventura. E i cuori dei due bibliotecari si cibarono di quelle voci come assetati a una fonte, e quando uscirono per raggiungere il carro, l’ombra che aveva avvolto le loro anime negli ultimi mesi pareva finalmente dissolta.

Ma bastarono pochi passi per cadere in un baratro di disperazione ancora più nero. Gambalunga era docilmente legato al suo giogo, ma il carro su cui avevano tutti i loro averi non c’era più.

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5. A cena col Monco


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Leodina aspettava seduta su una grossa pietra, la schiena curva appoggiata appena al muro della locanda. Il sole stava scendendo con troppa fretta verso l’orizzonte, mentre in proporzione l’ansia cresceva il doppio.

Da diverse ore, ormai, Terno era partito in groppa a Gambalunga, lui che aveva cavalcato l'ultima volta il giorno del loro matrimonio. Avrebbe voluto impedirglielo ma sapeva che ne andava del suo onore. Mezza giornata in quella regione selvaggia e gli istinti più primordiali avevano preso il sopravvento: pur di non perdere la faccia di fronte agli altri uomini della locanda, Terno sarebbe partito saltando su una gamba sola.

«Vedrai che arriverà presto, lui e la vostra roba.» La voce di Weelbo la sorprese. Nonostante la cortesia trovava fastidioso il suo modo di parlare. C’era, nel suo tono, un che di falso e ostentatamente benevolo.

«Se il tizio che avete descritto è davvero Calzarone, allora l’avrà trovato ubriaco alla prossima locanda.»

Leodina sorrise per mera cortesia.

«Vieni dentro a mangiare qualcosa.»

«Non ho appetito, grazie» fu infine costretta a dire.

«Entra almeno per scaldarti un po’, di notte qui farà freddo.»

Finché poteva vedere la linea dell’orizzonte, però, Leodina si sentiva legata a Terno, come se fosse con lui, ovunque lo avesse portato quell’assurdo inseguimento. E poi, l’idea di restare sola con quell’ometto dallo sguardo viscido, le rivoltava lo stomaco.

Ma, al contrario di Terno, la notte arrivò e con essa un velo di gelida umidità scese su tutto e su tutti. Suo malgrado, Leodina fu costretta a scegliere: prendersi un malanno polmonare o fare compagnia al Monco. Siccome il malanno lo avrebbe preso con tutta probabilità Terno, decise che qualcuno in famiglia doveva restare sano.

«Oh, carissima, sapevo che alla fine lo accettavi l’invito» la salutò Weelbo, con un’inflessione che sembrava più minacciosa che accogliente. «Vieni, fammi compagnia, stavo giusto per cucinare qualcosa per l’oste.»

Leodina diede una noncurante occhiata in giro: la locanda era deserta. «Mi permetta, faccio io» si affrettò a proporre. «Non ho di che pagare e vorrei sdebitarmi.»

Non smaniava di certo per entrare in quella cucina, il cui odore disgustoso si avvertiva anche a distanza, ma piuttosto che mangiare altro cibo preparato da quel tizio avrebbe ingoiato una manciata di vermi. E poi, tenere un coltello in mano le dava sempre un senso di sicurezza.

Weelbo il Monco sembrò soppesare più del dovuto la proposta, lisciandosi con lentezza il mento ispido; poi esclamò con entusiasmo: «E sia! È tanto che non mangio piatti di un altro cuoco» e con un gesto plateale le fece spazio.

Leodina prese un profondo respiro e fece alcuni passi in apnea fino alla cucina. Alla vista era ancora più nauseante che all’olfatto, e faticosamente trattenne un conato al pensiero di aver mangiato del cibo cotto in padelle composte più da grasso incrostato che da metallo.

Era la prova più dura che avesse mai affrontato in vita sua, seconda solo alla gravidanza interrotta.

«Sono proprio curioso di vedere cosa mi preparerai.»

Anche lei lo era: a colpo d’occhio poteva contare giusto sui resti di un qualche irriconoscibile volatile. «Farò un polpettone, ma preferisco non avere spettatori, m’innervosisce.»

«D’accordo, d’accordo. Aspetto di qua, allora» alzò le mani in un eccessivo segno di resa, tornando poi sui suoi passi.

Leodina si preparò: legò un grembiule lercio alla vita, affilò tra loro un paio di coltelli, e chiuse gli occhi in una breve preghiera ad Abàtar. Era una ricetta che cucinava sempre sua madre quando aveva sufficienti avanzi, e in condizioni normali lo avrebbe preparato anche bendata, ma qualcosa le diceva che da quel piatto dipendeva il suo futuro. Tutto doveva essere perfetto, per quanto le condizioni igieniche lo permettessero. Tagliuzzò, amalgamò, infornò, affettò e impiattò. In un’ora di arte culinaria e tormentoso dialogo a distanza con Weelbo, tutto fu pronto. Mancava solo un tocco caratteristico, un filo di aceto balsamico o glassa di noci.

Frugò a caso tra le spezie, nella vana speranza di trovare qualcosa, finché notò una boccetta contenente un liquido scuro, dimenticata sotto l'acquaio. Non c'era polvere sopra, quindi l'oste doveva averla usata di recente. Odorava vagamente di noce e aveva la consistenza dell'aceto.

«Allora? È pronto?» cominciava a spazientirsi Weelbo.

Senza indugiare oltre, distribuì un'oculata dose del liquido sulle due porzioni, ricoprendo le fette di un velo bruno che certamente non avrebbe peggiorato il sapore di quella carne stantia.

Raggiunse Weelbo e posò i due piatti sul tavolo, poi s’allontanò in cerca di posate, dimentica che lontano dalla città non fosse così d’abitudine farne uso.

L'oste decise di non aspettare, e afferrò la sua porzione strappandone un buon boccone a mani nude: «Misericordia, ha un aspetto davvero delizioso» biascicò, ingollando tutto d'un fiato.

«E il sapore è anche meglio! Credo proprio ti chiederò di diventare la mia cuoca!» ridacchiò infilandosi al contempo in bocca un altro pezzo di polpettone.

Leodina restò dietro al bancone, inorridita dalla voracità e dalla volgarità dell'uomo.

«Anche il sughetto è delizioso, dovrai mostrarmi i tuoi segreti» continuò ammiccando.

«È roba vostra, quella; il balsamo alle noci che tenete in quella boccetta.»

Weelbo sbiancò all’istante, scaraventò il piatto a terra e sputò quello che aveva in bocca. Come una furia si alzò dalla sedia, piantando sulla donna due occhi ingigantiti dalla paura: «Quale, quella sotto l'acquaio?»

Leodina, spaventata più di lui, si limitò ad annuire.

L'oste si ficcò due dita in gola e cominciò a colpirsi lo stomaco nel disperato tentativo di spingere fuori quello che aveva appena ingoiato. Ma era già troppo tardi: il cuore batteva a mille e ciò nonostante quasi sentiva il sangue rallentare dentro le vene, gonfiandole oltre natura.

Stramazzò a terra senza neppure avere il tempo per pronunciare un ultimo accidente.

Leodina restò a fissare il corpo senza vita di Weelbo il Monco per diversi momenti, prima di comprendere cosa fosse successo. Poi gridò fino a strapparsi le tonsille.

Ed esattamente in quell'istante qualcuno sfondò la porta della locanda.

Il polpettone della bibliotecaria

6. Un delitto cotto in casa


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In effetti sfondare non era il verbo adeguato a definire ciò che accadde, ma nella mente sconvolta di Leodina l’impressione fu comunque quella.

Nella realtà, prima ci fu il tonfo secco della porta, che andò a sbattere con violenza contro lo stipite, subito seguito da un lamento sommesso, infine da un altro colpo, sordo, quando la porta, rimbalzando indietro, colpì la figura scura che stava varcando la soglia.

Un lungo istante dopo, Terno entrò zoppicando. Alla vista dell’oste riverso a terra, con gli occhi strabuzzati e una schiuma rossastra alla bocca, l’ultimo impeto di furia svanì dal suo corpo.

Cercò gli occhi della moglie, che continuavano a fissare, vuoti, il cadavere. «Tesoro, cos’è successo? Ti ha fatto del male?»

Leodina mosse appena le labbra.

Terno insistette: «Cos’è successo?»

«L’ho ucciso… Con il polpettone.»

Le parole uscirono afone, senza espressione, morte come Weelbo il Monco.

L’attenzione di Terno si spostò subito sul piatto superstite, ancora appoggiato sul tavolo, che era destinato a Leodina, e d’istinto si avvicinò. Lo annusò, curando di non toccarlo. «Cosa ci hai messo?»

La donna sparì veloce in cucina e tornò con la boccetta di liquido scuro.

Terno annusò anche quello, con l’attitudine di un esperto sommelier. «Il primo sentore è di noci, ma c’è un retrogusto… mandorle… no, ghiande direi. Mi ricorda qualcosa, devo averlo letto in un libro…» Terno parlava sempre ad alta voce quando faceva riflessioni importanti, soprattutto se basate sui suoi studi alla biblioteca. «Era un trattato di alchimia, se non sbaglio, e questo è quasi certamente un rarissimo flacone di lacrime di Babuz, uno dei più potenti veleni di Eudopia.»

Leodina non si sentì affatto rinfrancata da quella deduzione, che non risolveva il suo principale cruccio: «Sì, ma adesso… cosa facciamo?»

Un rumore di zoccoli venne a riordinare le priorità nella mente di Terno. L’uomo si precipitò fuori, ma prima ordinò alla moglie di chiudere tutte le finestre. Era Gambalunga, che scalciava per la fame e la stanchezza. Terno, prima di badare a lui, spense la lanterna che illuminava l’insegna, segnalando così ai viaggiatori che la locanda era chiusa a nuovi ospiti, quindi sistemò il cavallo nella stalla e tornò dentro, sprangando con attenzione la porta.

I due coniugi si ritrovarono di nuovo nella sala comune, in compagnia di un cadavere sempre più freddo. Seduti a un tavolo, si fissarono in un lungo abbraccio di sguardi, sostenendosi a vicenda per non cedere al panico.

«Scappiamo» suggerì, o forse supplicò, Leodina.

«Non ho trovato il nostro carro e non possiamo cavalcare Gambalunga insieme.»

«Andiamo a piedi.»

«Di notte? In questa regione?»

Le lacrime, trattenute dallo shock, cominciarono infine a scorrere: «Quegli uomini… hanno visto che ero rimasta sola con lui, capiranno che sono stata io!»

«Non se facciamo sparire il corpo» rifletté ad alta voce Terno, dopo un lungo silenzio.

Gli occhi di Leodina tornarono rapidamente asciutti: «E come?»

«Quando siamo arrivati ho notato che c’è un orto dietro la locanda. Scaviamo una buca e lo buttiamo dentro. La terra smossa in un orto è normale, nessuno ci farà caso. Poi, all’alba, ci incamminiamo e ci lasciamo questo posto alle spalle. Quandanche dovessero trovarlo, noi ormai saremo lontani.»

«Vado a cercare una vanga» si alzò perentoria Leodina, che era sempre stata il braccio della coppia.

Terno invece si rimboccò le maniche e cominciò a trascinare le spoglie di Weelbo verso il retro.

Nonostante fosse di una statura ridicola, l’oste doveva avere le ossa parecchio grosse e una muscolatura massiccia, perché Terno faticò non poco a smuoverlo, tanto che fu costretto a farlo rotolare. Così, quando arrivò all’uscita secondaria, la moglie aveva già scavato una buona spanna di terriccio. Ora era ferma con la pala in una mano e la lanterna nell’altra, e illuminava il terreno smosso.

«Che succede?» chiese Terno con una certa ansia.

«Ben strani ortaggi coltivava questo Monco» disse la donna, chinandosi per estrarre dalla terra un sacchetto di iuta grosso come un palmo. Lo lanciò al marito, che lo afferrò al volo facendolo tintinnare.

«Strani davvero» confermò rovesciandone il contenuto. Una ventina di monete rimbalzò in un allegro scampanellio.

«E ce ne sono altri» aggiunse Leodina, senza trattenere una certa emozione nella voce.

La lanterna bruciò parecchio olio prima che la buca fosse pronta e tutti i sacchetti di monete portati alla luce. Quando ebbero finito, sul pavimento, oltre a Weelbo, giaceva anche un bel mucchio di baiocchi, molti più di quanti ne avessero mai risparmiati nella loro vita.

Si scambiarono uno sguardo complice e senza dire una parola presero il cadavere e lo gettarono nella fossa, che fu rapidamente ricoperta con qualche agile palata.

Poi, sudati e sporchi, si presero per mano e ammirarono quell’inaspettato tesoro brillare ai primi bagliori dell’alba.

«In cantina ho visto un baule» disse Leodina.

Il volto di Terno si allargò in un ampio sorriso: «Io ho un’idea migliore.»

Il polpettone della bibliotecaria

7. Il primo bicchiere


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Nolan guardò Melfo Stiletto in cerca di conforto: anche negli occhi di quel balordo leggeva lo stesso sospetto che albergava nel suo cuore.

«Non ci avevo mica creduto, sai?»

«Cosa, che avrebbe riaperto?» chiese il giovane arciere.

«Già» intervenne Atino Duegrazie, come se la domanda fosse stata rivolta a lui. «Ho sentito dire che Weelbo aveva pestato i piedi al Banchiere, e con quello mica si scherza.»

Melfo accarezzò la parete, sulla quale era abituato vedere le radici di una selvaggia edera rampicante: adesso era liscia come il culo di un neonato, e odorava di vernice fresca. «Però non è da lui, spendere soldi per… questo!»

«Sono venuti da Firmiona, una squadra di tre carpentieri. Li ho visti la settimana passata» aggiunse Atino, come a confermare i loro sospetti.

Nolan fece due passi indietro, per avere un quadro generale. La struttura dell’edificio era tutto ciò che rimaneva del vecchio locale: le finestre, la porta, il tetto e la stalla stavano ancora al solito posto, ma tutto il resto… I muri erano stati totalmente ripuliti, intonacati e verniciati di un grigio sobrio ed elegante. Alcune pietre, quelle che facevano da cornice alle aperture, erano state lasciate a vista e tirate a lucido. Sui davanzali spiccavano fiori dai colori vivaci e sulla strada sporgeva un’insegna finemente lavorata che riportava il disegno di un libro aperto e la scritta “L’ossimoro” .

Quando, tre settimane prima, aveva trovato un capannello di disorientati avventori sorpresi davanti alla porta chiusa dell’osteria, aveva in effetti pensato al peggio. Poi aveva letto sul cartello appeso alla porta, scritto in una calligrafia ampia e allenata, il messaggio che i suoi compagni non sapevano interpretare: “Chiuso per cambio gestione. Si riaprirà tra pochi giorni.” Possibile che il Monco avesse ceduto l’attività? Quel cartello pareva dar seguito al sospetto e adesso, la vista di una locanda totalmente rinnovata non faceva che confermarlo.

«Che facciamo?» chiese Melfo.

«Beh, il cartello che c’è adesso dice “Entrata libera”, quindi immagino che possiamo entrare» rispose Nolan, rimettendo l’arco nella faretra e avanzando verso l’ingresso.

I tre fuorilegge entrarono all’unisono nel locale, e insieme spalancarono la bocca meravigliati. Tutto era come prima, i tavoli, le sedie, il bancone, il camino e la cucina, ma al contempo tutto era diverso. I tavoli e le sedie erano stati levigati e impiallacciati, così come il bancone, che era stato inoltre decorato da pannelli intarsiati raffiguranti scene di natura incontaminata. Il pavimento mostrava per la prima volta la trama di incastri delle mattonelle, fino a poche settimane prima confuse in un sudicio nero. Il muro poi era talmente bianco da essere quasi accecante. Ma era soprattutto l’odore a togliere il respiro: un delizioso aroma di soffritto che sovrastava dolcemente la piacevolezza della carne abbrustolita.

Quasi stregati, sedettero al tavolo più vicino e subito vennero avvicinati da un segaligno uomo di mezz’età, con un innocuo sorriso stampato sotto i baffetti stropicciati. «Cosa posso portarvi come primo bicchiere?» chiese accennando un lieve inchino.

Fu Melfo a riconoscerlo per primo: «Ma tu sei quello spaventapasseri di città!»

«Terno!» esclamò a ruota Nolan.

«Proprio io» annuì con condiscendenza il vecchio bibliotecario.

«E non dirmi che in cucina c’è la tua signora» aggiunse l’arciere.

«Naturale che sì.»

«E Weelbo?» proseguì l’indagine Atino Duegrazie.

«Probabilmente in un posto caldo a godersi i frutti della cessata attività» mentì Terno senza scomporsi. Gli altri lo interrogarono con gli occhi «Quel giorno poi ho recuperato buona parte dei nostri averi, e siccome il signor Weelbo più volte aveva detto a mia moglie che desiderava cambiar vita, abbiamo fatto un’offerta che ha accettato senza indugi.»

«Ve l’ho detto che era nei guai» bisbigliò Atino agli altri due.

Melfo annuì e sviò il discorso: «E anche noi senza indugi vogliamo assaggiare il meglio della tua cucina.»

«Arriva subito, e a un prezzo speciale per i nostri primi clienti.»

I tre si ritrovarono così davanti un pasto che neppure nei loro sogni più ingordi s’erano mai immaginati: quaglie alla graticola in salsa di zucca, con contorno di cipolle caramellate e accompagnate da un vino sansyano d’annata.

Il gusto rapì i loro sensi al punto che si accorsero di non essere più gli unici avventori della locanda con eccessivo ritardo: al bancone erano già schierati quattro armigeri.

Sapevano come finivano quelle retate: quando andava bene qualcuno veniva trascinato in malo modo alla più vicina gattabuia. Quando andava male ce lo portavano dentro una cassa.

Senza bisogno di parlarsi si accordarono sulla strategia e continuarono a mangiare fingendo indifferenza, ma senza perdersi una sola parola delle guardie.

«Ehi, oste!» chiamò in malo modo quello che pareva il più elevato in grado. «Sai dove possiamo trovare una locanda, In punta di coltello mi pare si chiama, un postaccio lercio pieno di delinquenti» disse a Terno quando lo vide affacciarsi dalla cucina.

Il novello oste non si scomposte: «Ha chiuso. Adesso in zona ci siamo solo noi, e come vede puntiamo sulla raffinatezza e su una clientela selezionata.»

Il militare e i suoi compagni si guardarono intorno, studiarono i tre uomini intenti a mangiare al tavolo vicino all’ingresso e poi si scambiarono occhiate di consenso.

«Già, un gran bel posto! Ci voleva proprio, questa zona stava cadendo nel degrado. Magari una di queste sere ci veniamo a mangiare, senza la divisa però!» rise insieme ai suoi commilitoni.

«Mi farebbe solo piacere» commentò Terno.

I gendarmi si congedarono con un saluto militare, e lo stesso fecero rivolti ai commensali seduti al tavolo, quindi uscirono per proseguire la loro caccia all’uomo.

Nolan, Melfo e Atino rimisero finalmente i loro pugnali nei foderi.

«Mi sa che cercavano me» commentò in un soffio Atino Duegrazie.

«Non ci hanno neppure riconosciuto» aggiunse Melfo.

«Ci fosse stato Weelbo, prima ancora di parlare c’avrebbero fatto stendere faccia a terra, col naso appiccicato a quel suo sudicio pavimento» concluse Nolan.

I tre si scambiarono un sorriso complice e compiaciuto, poi chiamarono Terno: «Ci porti ancora un po’ di questo vino? E un dolcetto, se ce l’hai.»

Il polpettone della bibliotecaria

8. I locandieri


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Aprì la finestra e un fresco sole mattutino lo accecò per qualche istante, giusto il tempo di sistemare la tenda, poi fu il turno della porta di cui fece scorrere con decisione i pesanti chiavistelli.

Fuori, la strada era brunita dall’umidità e da una pioggia sottile caduta nella notte, che gli avrebbe evitato d’innaffiare le pervinche sui davanzali. Una brezza decisa gli raggelò la pelle e fece cigolare l’insegna. Terno alzò lo sguardo a controllarla, e senza trattenere un sorriso compiaciuto rientrò al riparo.

Leodina era anche lei già al lavoro, impegnata a spostare legna che presto sarebbe finita dentro il forno. «Hai già sistemato la stalla?» gli chiese, con un lieve accenno di rimprovero coniugale.

«Adesso vado, prendo la giacca che stamattina l’aria è vivace» rispose Terno afferrando un lungo pastrano appeso all’ingresso.

Si avviò con decisione ai locali che avevano riservato alle cavalcature dei loro clienti e con un vecchio forcone sistemò paglia fresca nella mangiatoia, rastrellò quella vecchia e poi riempì l’abbeveratoio d’acqua pulita. Quindi andò sul retro per dedicare le stesse attenzioni a Gambalunga.

Dalla finestra della cucina già arrivava il crepitio delle fiamme e un principio di fragranza: i panini al burro, che Leodina preparava sempre a colazione, erano già nel forno.

Si affrettò a riporre tutti gli strumenti per correre a esigere il suo primo assaggio, ma un rumore di zoccoli lo interruppe. Un giovane cavaliere, su un elegante giumenta pezzata, si stava avvicinando con sguardo curioso: «Scusi, è questa la nuova locanda? Quella al posto del Punta di coltello

«Esatto! La sua ricerca è terminata.»

«E il locandiere? Lo trovo dentro?»

«Sono io il locandiere» sorrise Terno. Ancora non si era abituato a quella definizione. Eppure ormai parevano così lontani i giorni in cui era stato un bibliotecario.

Il giovane sembrò apprezzare la risposta, quasi che l’avesse in realtà data per scontata. Con un gesto accentuato smontò da cavallo e ne legò le redini alla sbarra. «Dunque è vero, Weelbo il Monco ha ceduto l’attività.»

«Così pare…» replicò vagamente Terno.

Il nuovo arrivato studiò l’edificio con l’occhio attento di chi sa dare il giusto valore alle cose, poi guadagnò l’ingresso, e soppesò allo stesso modo anche la sala comune.

«E l’ha lasciata in buone mani» aggiunse poi, come se non avesse neppure interrotto il discorso.

«Grazie» si mostrò servizievole Terno. «Vuole accomodarsi per la colazione?»

«Volentieri, anche se prima di mangiare gradirei scambiare due parole con lei, finché la locanda è vuota.»

Sebbene la proposta fosse stata pronunciata con stucchevole gentilezza, l’oste percepì una chiara ostilità nei confronti di quell’uomo: non era lì per gustare i piaceri della tavola.

Quasi avesse percepito la stessa tensione, Leodina apparve dalla cucina con un vassoio di panini fumanti.

«Oh, cara, giusto in tempo. Vieni, sediamoci con questo gradito ospite che pare avere notizie importanti» l’accolse Terno. «Vieni, e porta i panini» insistette.

La donna, che ben conosceva il linguaggio corporeo del marito, ubbidì chiudendosi in uno dei suoi più ostici silenzi.

Il giovane straniero si era nel frattempo seduto, gambe accavallate in un gesto di studiata noncuranza, mano costantemente a un ciuffo ribelle. «Bene, vedo che siete persone ragionevoli e attente» esordì quando anche Leodina si fu accomodata «e con uno spiccato senso degli affari, visto come avete sistemato questa topaia. Ci piacciono le persone così.»

«Piacciono a lei e chi altro?» domandò Terno mostrandosi sempre meno accondiscendente.

«Al mio capo, in nome del quale sono venuto a proporvi il rinnovo di un contratto che avevamo con il signor Weelbo.»

«Ce l’ha un nome questo suo capo?»

«Sì, ma per voi è semplicemente Il Banchiere.»

A Terno quell’appellativo non diceva granché, ma dal tono in cui il giovane aveva pronunciato quelle due parole, che lasciava sottinteso come avrebbe dovuto scriverle in maiuscolo, intuì si trattasse di un personaggio rinomato nonché pericoloso.

Il giovane, di contro, diede per scontato che non fosse necessario aggiungere altro e venne immediatamente al sodo. «Il signor Weelbo aveva un accordo di affiliazione con la nostra organizzazione, grazie al quale soddisfaceva con poco sforzo qualche suo piccolo sfizio. Mensilmente consegnavamo a lui denaro per somministrare pasti caldi a nostri collaboratori. Lui, il mese successivo, acquistava da una delle nostre organizzazioni quella stessa cifra in materie prime, trattenendo per sé tre volte la centesima parte.»

Terno si voltò verso Leodina per rassicurarla, poi si aprì in un sorriso benevolo: «Suppongo che la mia signora non dovrà preoccuparsi di preparare neppure un piatto di fagioli per quei galantuomini dei vostri collaboratori, vero?»

«Certo che no!»

«Così come immagino non saranno proprio a buon mercato le materie prime che ci venderete.»

«Gli affari sono affari» replicò quello con uno sguardo velenoso.

Terno lasciò che un velo di silenzio si posasse sulla situazione. Leodina se ne restò con gli occhi bassi, fiduciosa nel buon senso del marito. Lo sgherro del Banchiere mantenne inalterata quell’aria di sofisticata disattenzione, consapevole che per i due non vi fosse una possibile scelta.

«Le confesso che aiutare un malvivente a ripulire denaro proveniente da loschi affari, non era la nostra priorità quando abbiamo aperto.» La leggerezza con la quale Terno aveva esposto la questione mise in allarme il suo interlocutore. «Ma ci rendiamo conto di quale grande opportunità sia» aggiunse per rassicurarlo.

«Ottimo, dunque» attaccò quello con un’improvvisa ansia di chiudere la questione.

«Non abbia fretta» venne subito interrotto. «Io e la mia signora siamo all’antica, e se questo Banchiere vuole concludere l’affare dovrà farlo di persona.»

Il giovane stava per controbattere con veemenza ma in quel momento Melfo Stiletto entrò nel locale con la sua solita esuberanza. Gli bastò uno sguardo per capire che qualcuno stava mettendo in pericolo la serenità di quell’angolo di pace che era la locanda di Terno. «Ehi, spaventapasseri, ci sono problemi?»

L’oste non era certo se la domanda fosse rivolta a lui o al galoppino del Banchiere, ma non perse l’occasione: «Tutto a posto, tranquillo Melfo, il signore se ne stava andando. Siamo d’accordo dunque?» disse poi rivolto al giovane: «L’aspetto qui con il suo capo domani sera, il locale sarà tutto per voi e mia moglie vi preparerà una cena indimenticabile.»

Melfo diede una pacca sulla spalla dell’uomo mentre quello, interdetto, si avviava verso l’uscita: «Una festa privata? Se ci sono sottane vengo anch’io!» rise sguaiato. «Leodina, e cosa gli prepari di buono?»

La donna scambiò uno sguardo complice con il marito e rispose sicura: «Polpettone.»

Il polpettone della bibliotecaria

Epilogo


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I tre uomini erano seduti sul lato lungo del tavolo, l’uno a fianco dell’altro. Al centro c’era quello grasso, con gli occhi piccoli trasudanti sdegno e la bocca larga circondata da labbra sottilissime. Alla sua destra c’era quello giovane, dal ciuffo ribelle e lo sguardo strafottente. Alla sinistra quello brutto, con le cicatrici del vaiolo a segnarne la faccia dall’espressione bovina.

Sul lato opposto della sala c’era un altro tavolo occupato da altri tre loschi figuri, ma nessuno faceva loro caso, essendo gli stessi presenti in forma di puro spirito.

«Il Banchiere li farà a pezzi, vedrete» disse Weelbo il Monco con fare soddisfatto.

«Ti piacerebbe, vero? Ma lui non è come te!» ribatté Digler Guance di Seta, che provava un estremo piacere nel leggere l’insofferenza sul volto del suo assassino.

«No, il Banchiere è un professionista» aggiunse il terzo spirito, un certo Valeriano Mezzalama, caduto in un regolamento di conti con Atino Duegrazie la sera prima, sul retro del locale, e fatto prontamente sparire nel fiume.

«Già, non come certa gente che conosco io» sottolineò Guance di Seta, rivolgendosi sdegnato a Weelbo.

«Vedrete che li spaventerà un po’ e li convincerà a collaborare» aggiunse Mezzalama. «Ci sa fare il Banchiere, c’ho lavorato qualche volta…»

«Tutti qui abbiamo lavorato per il Banchiere.»

«Tu a dire il vero lavoravi per te stesso, lurido verme» l’apostrofò Digler.

«Sempre meglio che scodinzolare come un cagnolino» ridacchiò il Monco.

«Attento a come parli, vigliacco.»

«Signori, basta litigare.» L’ordine perentorio portò immediatamente il gelo. I tre spettri si voltarono verso la figura che silenziosamente era apparsa alle loro spalle.

Morte fece un lieve cenno di saluto con il capo, stringendo saldamente la falce come richiesto dalla postura d’ordinanza.

Weelbo non riuscì a trattenere l’eccitazione: «Che vi dicevo, il Banchiere farà a pezzi quei due vecchiacci e metterà uno dei suoi a gestire la baracca. Il tizio con i buchi in faccia mi sembra perfetto!»

Morte si portò un dito davanti ai denti: «Modera l’entusiasmo e chiudi la bocca, Weelbo.»

Ma per il defunto oste trattenere l’euforia fu ancora più difficile quando la coppia di locandieri uscì dalla cucina con diversi piatti fumanti.

«La nostra specialità: polpettone» disse Terno posando la portata davanti al Banchiere.

Ma a sentire quella parola, tutta la smania di Weelbo si afflosciò in un terribile sospetto: «Non mangiate!» gridò.

Naturalmente nessuno poteva sentirlo, men che meno il flaccido faccendiere che, asciugandosi la bava che una subitanea acquolina aveva scatenato, si portò una generosa forchettata alla bocca.

Lo stesso fecero il giovane e il brutto ceffo, il primo con morigerata eleganza, il secondo con brutale foga.

Morte, dal canto suo, cercò di assumere una compostezza professionale, nonostante gli strepiti di Weelbo il Monco.

Non dovettero infatti attendere che pochi istanti e anche gli spiriti dei tre malavitosi si unirono alla già numerosa compagnia.

«Benvenuti signori. Seguitemi, vi condurrò per l’ultimo tratto» esordì Morte.

«Col cazzo!» sbottò il guardaspalle butterato, irrigidendosi e preparandosi a combattere.

Morte dissimulò l’irritazione e ribadì con calma sostenuta: «Il vostro viaggio qui è finito, seguitemi.»

«Viaggio? Finito? Ma che scherzo è questo?» domandò borioso il Banchiere, mentre un sospetto cominciava ad assalirlo. «E dove sono quei due gonzi?»

Morte puntò il dito scheletrico verso Terno e Leodina che, nel mondo dei vivi, si stavano già dando un gran daffare per ripulire la scena del crimine.

«Se avessi saputo che era così grasso avrei scavato una buca più grande» si stava lamentando Leodina, mentre trascinava per un braccio il cadavere del Banchiere.

«Ti aiuterò ad allargarla» soffiò Terno, tirando a fatica l’altro arto.

«Ma… ma cosa…» balbettò lo spettro del potente mafioso.

Morte stava per ripetere la solita frase che a quel punto chiariva ogni dubbio, ma venne anticipata da Weelbo: «Siete morti, vi hanno avvelenato.»

«E tu che ci fai qui, lurido ratto?»

«È stato avvelenato prima di voi» intervenne Guance di Seta.

«Digler, e tu?» continuò un sempre più confuso Banchiere.

«Avvelenato anch’io, da lui» ribadì indicando Weelbo. «Anzi, volendo fare i pignoli, il veleno era suo quindi qui siamo tutti morti per colpa sua.»

«Io no» ci tenne a precisare Valeriano Mezzalama. Ma a quel punto si era già scatenata una zuffa rabbiosa tra gli altri spiriti e nessuno badò a lui.

Zuffa a dire il vero piuttosto inconsistente, data la natura incorporea dei contendenti, ma comunque sufficientemente caotica da spingere Morte a prendere una drastica decisione e ad avviarsi da sola verso la luce.

«Ehi, aspetta.»

Si voltò appena in tempo per farsi raggiungere da Valeriano.

«Non mi avevi detto ieri che volevi restare a tormentare il tuo assassino?»

«Volevo» sospirò Valeriano. «Ma se per farlo devo a mia volta essere tormentato dalla loro compagnia, rinuncio più che volentieri» disse rivolgendo un ultimo sguardo ai contendenti.

«Vieni, allora» lo accolse Morte cingendogli le spalle. «Ti condurrò per l’ultimo tratto.»



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