Il primo romanzo ambientato in Eudopia è finalmente negli store!

Uova di drago e vecchi stregoni


Il male è tornato.

E c'è poco da ridere… Malachia l'Ombroso, lo stregone che ha inventato la magia, ha vinto la Morte e dopo quasi mille anni calpesta ancora le terre di Eudopia con un unico fine: il potere assoluto.

Ma un gruppo d'impavidi eroi ha scoperto i suoi piani ed è già in viaggio alla ricerca dell'unica arma in grado di sconfiggerlo.

Normale amministrazione, dunque, non fosse che gli eroi in questione sono appena scappati da un manicomio.

Un'avventura in bilico tra l'epico e il grottesco, in cui troverai di tutto: battaglie, sesso, intrighi, amicizia, sacrificio, violenza, politica, ideali, destino…

E draghi, naturalmente.

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Uova di drago e vecchi stregoni

Uova di drago e vecchi stregoni

Prologo


Li aveva contati uno per uno: erano dodicimilasettecentoventitré. Esclusi gli animali, ovviamente. Per l’esattezza dodicimilacinquecentosettantasette stavano schierati su di un fronte, mentre centoquarantasei nell’altra fazione.

Giudicando i freddi numeri, l’esito pareva già scritto.

Ma di quei centoquarantasei, tolti dodici sguatteri, due cuochi, un avvocato e tre meretrici, i restanti centoventotto erano tutti stregoni. Uno dei quali, tra l’altro, era la causa del conflitto. E quando c’erano in ballo degli stregoni nulla si poteva dare per scontato.

Motivo per cui aveva chiesto rinforzi.

«Per carità, io una mano te la do volentieri, ma non mi sembra una situazione così ingestibile» commentò la minuscola figura al suo fianco, senza muovere d’un pelo la cappa sotto cui si nascondeva. Era poco più alta di un topo e, a giudicare dalla scheletrica zampetta che reggeva la piccola falce, probabilmente era un topo. O quantomeno lo era stata.

«Fidati, sarà un lavoraccio. Certe cose le percepisco» ribatté lei, restando in egual maniera nascosta sotto una cappa nera, del tutto simile a quella del collega. Anche la falce era identica, seppur dieci volte più grande.

«Dici così per via del drago?»

Effettivamente, tra gli animali che aveva escluso dal conteggio, c’era un rettile volante del peso di almeno dieci tonnellate, e a controllarlo era quello stesso stregone la cui arroganza li stava costringendo tutti lì.

«No, dico così per quel tipo buffo che sta a cavallo del drago.»

In quella umida mattina d’inizio primavera, nessuno dei presenti sulla Piana del Rimpianto avrebbe osato apostrofare il cavaliere sul drago con l’epiteto "tipo buffo", neppure il drago stesso. Ma Morte era abituata a farsi beffe dei timori terreni che attanagliavano gli esseri umani. Per cui rincarò la dose: «Quel ridicolo ometto puzzava di guai ancor prima di venire al mondo.»

Malacchio De’ Linacchi, meglio conosciuto come Malachia l’Ombroso, era effettivamente avvezzo ai guai. Era anche piuttosto buffo, a tratti forsanche ridicolo, ma da molto tempo nessuno lo notava più.

Era nato sessantanove anni prima in quella stessa magione che ora fungeva da suo fortino, ma che un tempo era stata la dimora estiva della nobile casata De’ Linacchi.

Morte ricordava chiaramente quel giorno (come ricordava chiaramente qualunque altro giorno della recente eternità) e se avesse avuto interesse nel descrivere quella reminiscenza, avrebbe sicuramente usato il termine "spiacevole".

Il piccolo Malacchio aveva palesato la sua indole già dal ventre della madre. La povera donna, la contessa Aginolfa Delli Arseppi, era stata infatti colta dalle doglie con due mesi d’anticipo, il che aveva costretto un paio di domestiche a improvvisarsi ostetriche e obbligato Morte a presenziare all’evento.

Non che fosse una novità, a Morte capitava spesso di partecipare ai parti, ma raramente di vederne uno con tanto spargimento di sangue. La contessa era parsa addirittura sollevata quando, dopo sette ore di travaglio, era arrivata al suo cospetto.

Fu così che il bimbo ebbe l’austera figura del padre come unico riferimento. Il conte Collecchio De’ Linacchi non era uomo di piacevole compagnia, anzi, pareva trarre più gioia dal conversare da solo. Non era raro vederlo intrattenere lunghe discussioni con se stesso mentre percorreva a grandi falcate il suo studio, reggendo spesso un libro, talvolta un pitale. Più difficile era sorprenderlo a rivolgere un saluto al figlio, se non quando il piccolo Malacchio gli correva incontro reggendo il pitale come un trofeo.

Cosa raccontasse con tanto impeto all’oggetto nessuno lo ha mai saputo. Di certo quando Morte tornò in quella casa, cinque anni dopo, lo trovò alquanto confuso. Il conte, infatti, si ostinava a negare che il suo corpo giacesse riverso sul tappeto dell’ingresso, dopo una caduta dal ballatoio del piano superiore che gli era costata la frattura del parietale e dell’occipitale. Affermava che la sua anima fosse rinchiusa nel pitale ancora stretto nella mano del cadavere, motivo per cui non poteva abbandonare quella dimora.

Morte si vide costretta a lasciarlo lì per un po’, a schiarirsi le idee.

A Malacchio, del padre, non restò altro che il titolo nobiliare, e uno spettro alquanto fastidioso. Non sorprende quindi come il suo carattere si fosse forgiato introverso e schivo, facendogli guadagnare tra i ragazzini della nobiltà locale il soprannome di "ombroso". Nomignolo che lui gradì alquanto.

A ribattezzarlo Malachia, invece, era stata una delle tante cortigiane che gli erano orbitate attorno durante i lascivi anni della gioventù. Perché, sebbene non fosse un tipo particolarmente espansivo, la sua socievolezza mutava a seconda della compagnia: le sottane, ad esempio, tendevano a sciogliergli la lingua.

E, nonostante il suo metro e mezzo di statura, un’aria spelacchiata da gatto randagio, un occhio completamente strabico, anche le portatrici di sottane mostravano di gradire le sue attenzioni. Probabilmente perché il possedere un castello, una torre fortificata, due magioni con ottocento ettari di terreno ciascuna, una piantagione di cotone e un vigneto, forniva sempre ottimi spunti di conversazione.

Tutte però vedevano il loro sogno di una vita nell’agiatezza immancabilmente infranto. Ad alcune era anche capitato di vedere infranta la vita, punto e basta. Perché l’unico vero amore di Malachia erano le arti occulte e, più di una volta, le sfortunate che avevano accettato la sua corte erano diventate le prime a sperimentarne la pratica.

Morte, se avesse avuto interesse nel farlo, avrebbe potuto ricordarle una ad una, rivedere quei volti attoniti fissare ciò che restava del loro involucro terreno orrendamente mutilato o disgustosamente trasformato. Ma non ne aveva, preferiva restare focalizzata sul lavoro che l’attendeva.

«Mi sembri assorta» disse il Tristo Roditore.

«Sono solo concentrata.»

«Quindi lo conosci da un po’ quel tipo buffo…»

«M’è capitato d’incrociarlo, qualche volta.»

Per l’esattezza erano tremilaquattrocentonove, ma non si era certo preoccupata di contarle.

Del resto, era comprensibile che, per diventare il più potente stregone di tutte le terre conosciute, fosse necessario fare pratica, e che una volta raggiunto tale status, una certa condotta morale fosse d’obbligo.

O almeno questo era il pensiero di Malachia l’Ombroso.

Si era davvero impegnato a fondo per raggiungere il suo scopo tanto che, a trent’anni, poteva meritatamente fregiarsi del titolo di "stregone che ha inventato la magia".

Perché in Eudopia le arti occulte appartenevano a leggende conservate in libri polverosi, cui nessuno prestava più di un pensiero superstizioso, di solito durante le giornate di tempesta. Ma il successo di Malachia aveva costretto tutti a riconsiderare le proprie opinioni in merito, anche durante le giornate di sole.

Alcuni ne rimasero affascinati, tanto che si rese necessario fondare una scuola e un ordine magico.

La maggior parte però ne fu spaventata. E a conti fatti, ne aveva tutte le ragioni.

Malachia l’Ombroso, infatti, non si era mai accontentato di diventare lo stregone più potente di tutti tempi, aveva un sogno ben più ambizioso: il dominio incontrastato su tutto il mondo.

E dover aggiungere qualche altro migliaio di vittime innocenti alle tremilaquattrocentonove già lasciate lungo la via, era uno scotto da pagare più che accettabile. O almeno lo era dal punto di vista di Malachia.

Da quello di Morte erano solo fastidiosi straordinari.

E anche il Tristo Roditore non sembrava entusiasta: «E pensi che dovrai incrociarlo molte altre volte?»

«No, questa sarà l’ultima.»

*

Un denso strato di nebbia si era alzato insieme al Sole e stazionava come glassa sul terreno umido, dando alla pianura l’aspetto di un dolce zuccheroso.

Osorio Marcheto amava i dolci, lo si capiva dalla prominenza del suo ventre, eppure in quella analogia non trovava nulla d’invitante. Probabilmente perché essere il prescelto per parlamentare con il nemico lo metteva a disagio.

In equilibrio precario sulla giovane puledra grigia che l’Imperatore gli aveva donato per la missione, Osorio avanzava disegnando una vacua scia di vapore acqueo, che si rimarginava alle sue spalle, senza lasciare la minima traccia del suo passaggio. L’ingresso alla villa, dove era arroccato il nemico, distava poche decine di metri, ne vedeva chiaramente la recinzione spiccare nera sull’orizzonte. Vedeva anche il profilo scuro dell’edificio, sfuocato dalla foschia e dalla lontananza, così come evidente era la sagoma di un gigantesco animale.

Era soprattutto quest’ultimo a intimorire Osorio, e non tanto per le dimensioni spropositate, per lo scuotere nervoso del lungo collo, o per le enormi ali che spiegava come a volerle sgranchire prima della lotta. Era il riflesso di fiamma che gli illuminava la bocca a incutergli un viscerale terrore.

Controllò nuovamente l’asta che reggeva nella destra: il vessillo bianco era ancora ben visibile sulla sommità. Sperava solo che quella creatura conoscesse il galateo di guerra.

Quando arrivò al cancello si sorprese di trovarlo aperto: sembrava quasi un gesto di benvenuto. La magione era qualche centinaio di metri più avanti, la bestia nel mezzo.

Osorio fermò la cavalla ben prima di varcare la soglia, poi tossì, cercando di valutare la fermezza della sua voce: era molle come gelatina. Ma alternative non ne aveva: «Vengo in nome del Sommo Imperatore Durante VI governatore della Lassuria reggente del Calice e signore di Eudopia desidero parlamentare con un vostro rappresentante al fine di trovare un accordo pacifico.»

Sputò le parole tutte d’un fiato, senza preoccuparsi che fossero comprensibili.

Ottenne in risposta solo silenzio.

«Vengo in nome del Sommo Imperatore Durante VI, governatore della Lassuria, reggente del Calice e signore di Eudopia. Desidero parlamentare con un vostro rappresentante, al fine di trovare un accordo pacifico» ripeté più forte, deformando la voce in uno stridio acuto.

Ebbe più successo: prima un terribile ruggito, poi i tonfi di pesanti passi spezzarono l’aria madida di tensione.

La creatura uscì dalla foschia preceduta da un’aura di agghiacciante terrore. Era spaventosa eppure stupenda: la pelle squamosa riverberava di riflessi vermigli anche in quella luce ovattata, come incastonata di granati e rubini; la bocca, ingabbiata in una doppia fila di denti aguzzi, era adornata da lunghi barbigli dove spire di fumo nero si avvolgevano sinuose; gli occhi, due braci di fiamma viva, parevano contenere l’immensità dell’ignoto.

Osorio sentì la vescica cedere, prima la sua, poi quella della puledra. Non fuggirono solo perché entrambi avevano le membra immobilizzate da una forza superiore alla paura stessa.

«E perché non si è presentato l’Imperatore a propormi questo accordo? Perché manda un vile servitore?» La voce era in netto contrasto con la figura dell’animale: acidula, gracchiante, strozzata in gola nello sforzo di apparire altisonante.

«No… non sono un… un servitore. Sono il suo Gran Ciambellano, Osorio Marcheto conte di Bellasenna.»

«Ricordo un certo Astorio di Bellasenna, era per caso tuo padre?»

Solo allora Osorio si rese conto che a parlare non era stato il drago, ma l’ometto calvo e sgraziato che lo stava cavalcando. «S… Sì» sussurrò appena.

Lo stregone schioccò le dita e il drago si accucciò per permettergli di scendere agilmente. «Me lo ricordo bene, fu lui, lui e quell’altro idiota del marchese di Collatere, a definirmi per la prima volta Ombroso.» Aveva sottolineato l’ultima parola come a volerla caratterizzare non solo verbalmente, ma anche fisicamente, avvolgendola di lugubre oscurità.

Quando fu certo di chi avesse di fronte, Osorio sentì nuovamente la vescica liquefarsi. «Non… non sapevo fosse stato proprio lui.»

«Tranquillo, Osorio, quel nomignolo mi piace, mi si addice» aggiunse lo stregone andandogli incontro.

Il Gran Ciambellano non riuscì a sentirsi sollevato, nonostante l’avversario avanzasse disarmato e disadorno, vestito solo d’una preziosa tunica di seta nera, un diadema d’opale e un sorriso di denti diseguali.

«Forza, dimmi, cosa mi propone l’Imperatore per raggiungere questo accordo pacifico» proseguì Malachia l’Ombroso, compiendo altri passi nella sua direzione.

«V… vuole solo una cosa: suo figlio. Se gli restituirà il principe, noi ritireremo l’esercito.»

«E a me cosa ne verrà? Un accordo prevede benefici per entrambe le parti. Se io restituisco il ragazzo, voi cosa mi darete in cambio?»

Osorio deglutì pesantemente: «Potrà mantenere il suo titolo e i suoi terreni, lasciandoli in eredità a chi vorrà.»

Malachia sorrise da mettere i brividi: «Lo sai anche tu che questo non è uno scambio. E poi, non ho nessuna intenzione di lasciare alcunché in eredità: ciò che è mio ora resterà mio. Per sempre.»

Era arrivato così vicino che Osorio poteva guardarlo fisso negli occhi: erano decisamente più spaventosi di quelli del drago.

«Qui… quindi devo riferire all’Imperatore che… che… rifiuta l’accordo?»

Malachia si limitò ad annuire toccandogli appena un piede.

All’istante tutta l’acqua contenuta nell’abbondante corpo di Osorio cadde a terra come versata da un secchio, e del povero Gran Ciambellano restò soltanto una mummia rinsecchita.

«Sì, riferiscigli pure questo» disse alla puledra che, finalmente libera, fuggì a folle velocità portando in sella il suo messaggio.

*

Il giorno in cui si era arruolato, esattamente tre settimane prima, era l’uomo più felice del mondo. Non era facile, infatti, trovare un lavoro così tranquillo e ben pagato. Perché l’ultima guerra combattuta in Eudopia risaliva a quattro secoli prima, e da decenni ormai il compito più impegnativo per un militare era organizzare la parata annuale in occasione della festa dell’Imperatore. Per questo, quando aveva visto l’annuncio nella bacheca pubblica, si era precipitato per candidarsi.

Ora però capiva perché lo avessero preso senza neppure verificare la sua abilità nel maneggiare la spada.

Il problema non era il muro di nebbia che nascondeva il nemico, o il terreno intralciato di rampicanti su cui era impossibile muoversi, o le tempeste di fulmini che uccidevano all’istante. Non era neppure dover combattere contro i propri caduti, che si risvegliavano dalla morte nel giro di pochi minuti. Il problema era il drago.

Ogni volta che quella maledetta lucertola con le ali li sorvolava, congelava di terrore tutto l’esercito. E quando al volo aggiungeva un’alitata di fuoco, almeno una cinquantina di uomini restava carbonizzata.

Se fossero riusciti a fermarla, le probabilità di vincere quell’insulsa battaglia sarebbero schizzate alle stelle. E lui, Rinello il farinaio, rappresentava l’ultima speranza. Tutte le altre baliste, infatti, erano finite in fiamme insieme ai loro portatori.

Nove volte aveva già sputato fuoco il bastardo, ogni volta puntando a una balista. Era evidentemente l’unica arma che temeva davvero, così come evidente era il fatto che il prossimo soffio fosse destinato a lui.

Ma Rinello non aveva paura, ne aveva già provata talmente tanta da non sapere più dove metterla, era solo furioso. Lo era con il caporale del centro di arruolamento, che aveva bellamente taciuto il motivo delle nuove assunzioni. Lo era con l’Imperatore, che aveva mandato al massacro migliaia di uomini impreparati. Lo era soprattutto con quel tizio a cavallo del drago, e non c’era bisogno di spiegare perché.

«Gettate le armi e piegatevi all’unico vero sovrano di questa terra» gridò lo stregone mentre per l’ennesima volta passava in volo radente sopra l’esercito in battaglia.

Rinello pensò che in vita sua aveva cercato tante scorciatoie, ma non aveva mai accettato compromessi. Non si sentiva un eroe, questo no; se fuggendo avesse potuto salvarsi la vita lasciando inalterate le sorti della battaglia, lo avrebbe fatto. Ma questa alternativa se l’era giocata un paio di baliste prima.

Ora restava soltanto lui. E avrebbe venduto cara la pelle.

Il drago stava compiendo un secondo passaggio sopra le teste dei soldati, spargendo panico e scompiglio. Era una manovra che gli aveva visto fare già nove volte: tre voli radenti sull’esercito, poi un tuffo in picchiata e una fiammata sull’obbiettivo. Doveva colpirlo al terzo passaggio.

Rinello puntò gli occhi sull’animale cercando di concentrarsi su ciò che in fondo era: una grossa lucertola.

Quante ne aveva catturate, da bambino: le rincorreva con un barattolo in mano e poi si tuffava per acchiapparle. Talvolta mancava il bersaglio e mozzava loro la coda. Altre volte mozzava la testa. Ma più delle teste mozzate a restargli impresso era stato il ricordo di quella volta in cui aveva imprigionato un maschio in erezione: i due disgustosi bitorzoli che aveva tra le gambe gli avevano dato il voltastomaco.

Fu riassaporando quel conato che Rinello ebbe l’intuizione.

Chiuse le palpebre e pensò al mulino di Selenia: se ne fosse uscito vivo avrebbe abbandonato l’esercito e sarebbe tornato a lavorare per lei. E l’avrebbe anche chiesta in moglie: affrontare suo padre non era peggio d’uccidere un drago.

Fissò nuovamente gli occhi sul suo obbiettivo: la coda sulla biforcazione delle zampe posteriori. Quindi ruotò l’argano, alzò il mirino e sganciò il tensore. Poi pregò che quel drago fosse un maschio.

*

«Senta, ci deve essere un errore, io sono l’avvocato Zelante Palleschi, capisce, sono un principe del foro.»

«Era un principe del foro» puntualizzò il Tristo Roditore.

«Io ero qui solo per un consulto forense al cavalier Malachia, non c’entro nulla con questa battaglia.»

«Guardi, anche la fanciulla laggiù era qui solo per un consulto al cavaliere, eppure non sta facendo tutte queste storie» insistette il topo indicando l’anima di una giovane e confusa meretrice.

«Non m’interessa cosa facesse qui la signorina, io…»

«Cosa succede?» L’intervento di Morte portò all’istante un silenzio tombale.

Il collega si rimboccò le maniche, indispettito: «L’avvocato Palleschi si rifiuta di collaborare.»

«Allora lasciamolo qui, torneremo a prenderlo quando avremo finito con gli altri» dichiarò senza mezze misure, guardando la lunga fila di anime che attendevano di essere smistate.

L’avvocato parve soddisfatto della decisione e riservò al Tristo Roditore un ghigno saccente.

Il topo, naturalmente, non si lasciò intimorire: «Se qualche altro spirito vuole restare a infestare questo luogo per i prossimi cento anni, segua pure l’avvocato. Chi preferisce il riposo eterno delle vaste infinità dell’Ade venga avanti.»

«Vaste infinità dell’Ade?» bisbigliò Morte all’orecchio del collega.

«Perché, non lo chiami più così?»

Il cappuccio nero si mosse lievemente in segno di diniego, ma nessuno se ne accorse. Erano stati tutti distratti da un grido assordante che aveva perforato persino la quiete dell’oltretomba.

Nella Piana del Rimpianto qualcosa d’inimmaginabile era appena accaduto. Pochi avevano visto la grossa freccia scoccata dalla balista, tutti avevano sentito il terrificante urlo di dolore e si erano resi conto di dove si fosse conficcata. Ed essendo per la stragrande maggioranza uomini, un «Uuuh» di solidale sofferenza aveva prolungato la sospensione della battaglia.

Perché se anche i testicoli del drago non facevano bella mostra della loro possanza, fu chiaro a tutti da come l’animale si rotolava al suolo, che là sotto dovevano pur esserci, e che la freccia li aveva centrati in pieno.

Ciò che invece sfuggì ai più fu la sorte dell’uomo che cavalcava il drago.

Morte, al contrario, non si lasciò cogliere impreparata: sistemò la cappa, afferrò la falce e assunse la postura di rito. Un osservatore attento avrebbe addirittura notato un certo appagamento attraversare il suo volto inespressivo. Lei però avrebbe sicuramente negato.

Ma quando lo spirito di Malachia l’Ombroso fece la sua apparizione, quell’inesistente accenno di soddisfazione sparì del tutto.

C’era qualcosa di sbagliato nell’anima dello stregone, appariva offuscata, indefinita, oscurata, come se in realtà non si trovasse in quel luogo. Morte dovette riconoscere, suo malgrado, che in tanti anni di onorata carriera non aveva mai visto nulla del genere.

Riconoscere solo a se stessa, ovviamente.

«Lo ammetto, questa non me l’aspettavo» esordì lo stregone, neanche fosse appena entrato in una locanda dove era atteso come l’anima della festa.

«Io sì» ribatté Morte.

«Qualcuno sa chi ha castrato il mio drago? È ancora vivo o si trova già qui?» proseguì Malachia minaccioso, ignorandola completamente.

«Conte Malacchio De’ Linacchi, vuole prestarmi la sua attenzione, prego? Dovrei scortarla fino alla sua dimora eterna.»

Lo stregone la degnò d’uno sguardo: «Ti presto giusto un paio di minuti, poi devo andare.»

Morte continuò a fingere di non capire, anche se ormai le era chiaro cosa stava succedendo. Era il come che le sfuggiva. «E dove vorrebbe andare?»

«Un po’ qua, un po’ là… in questa condizione l’unico limite che mi resta è la fantasia.»

Il Tristo Roditore non riusciva a interpretare la situazione: «Ma può farlo?» sussurrò alla collega.

«Certo che posso» rispose direttamente lo stregone «È vero, il mio corpo è spalmato su quel prato come burro sul pane, ma la mia anima non era là dentro. Quella che state vedendo è solo una proiezione astrale del mio pensiero. La mia anima è incatenata a un posto sicuro, laggiù, nel mondo dei vivi, e attende solo che un mio seguace la richiami per darle un nuovo corpo.»

«E se non accadesse?» chiese il topo, un po’ spiazzato.

«Accadrà, piccolo amico, vedrai che accadrà. Magari non sarà domani, e forse neppure tra un anno, ma prima o poi accadrà, e a quel punto potrò riprendere da dove mi sono fermato. Del resto, quando si vuole conquistare il mondo, la virtù più grande è la pazienza» li indottrinò Malachia.

«Non devi insegnarla a me, la pazienza» ribatté Morte, dando l’impressione d’essere lievemente spazientita.

«Cos’è, una minaccia?»

«No, è una promessa.»

«Allora arrivederci» rispose Malachia, senza nascondere il tono canzonatorio. Poi si dileguò sparendo nelle ombre.

«Ma davvero può farlo?» insistette il Tristo Roditore.

«Pare proprio di sì» rispose Morte, serafica.

«E noi, cosa facciamo?»

«Continuiamo il nostro lavoro e aspettiamo, prima o poi anche lui dovrà passare per di qua» e con un gesto sicuro accarezzò la falce.



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ux il bardo